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Tra Passato e Presente

«LA TERRA NON GIRA, O BESTIE!». IL TERRAPIATTISMO ANTE LITTERAM DI GIOVANNI PANERONI E LA PSEUDOSCIENZA CHE RITORNA

Fabrizio Costantini

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Il 23 gennaio 1871 nasceva in quartiere Castello a Rudiano Giovanni Paneroni. La Torre Eiffel non era ancora stata costruita e la Galleria Vittorio Emanuele a Milano non ancora ultimata, ma già in un paese della Bassa bresciana era venuta alla luce la figura di un aspirante geografo astronomo tra le più singolari dell’età contemporanea.

Murale a Rudiano

Sì, perché il giovane Paneroni – dopo aver frequentato per un paio di anni il seminario di Bergamo e aver servito come garzone da un pasticcere – nei primissimi anni del Novecento cominciò a sviluppare una concezione astronomica tutta sua, che non riservò alle mura domestiche. Tentò, anzi, di divulgarla all’Italia intera. E non in un’Italia qualsiasi, ma in quella dei decenni in cui ogni manifestazione (pur bizzarra), se di libero pensiero e di indipendenza culturale era guardata con particolare sospetto: l’Italia fascista.

Non è un dettaglio da poco ricordare che Paneroni avesse appreso i rudimenti dell’arte dolciaria. Non solo perché dimostrò una notevole intraprendenza economica diventando venditore ambulante di un prodotto innovativo, almeno nelle campagne: il gelato. Ma anche perché la necessità di rimanere all’ombra con il suo chioschetto nei mesi più caldi dell’anno cominciò a farlo riflettere sul moto dei corpi celesti e sulla natura del Sole.

Delle sue strane teorie per decenni vennero a conoscenza solo gli acquirenti. A partire dagli anni Venti, invece, cominciò a frequentare studenti universitari, ambienti accademici, scientifici e grandi città per tentare di spiegare – con il linguaggio semplice e colorito che gli apparteneva – gli errori in cui niente meno che Copernico, Galileo e i loro seguaci erano incappati. Gli appunti stesi dallo stesso Paneroni – conservati dopo la sua morte e che oggi consentono di studiarlo – parlano di suoi interventi ai Congressi nazionali di geografia a Firenze e Genova, e di serate organizzate nei teatri bresciani e milanesi. Narrano perfino di quando, sempre a Milano, lanciò di soppiatto nella macchina di Umberto Nobile i suoi lavori per aiutare il celebre esploratore ad affrontare le spedizioni al Polo Nord.  Questi e altri atti temerari valsero a Paneroni alcuni problemi con la giustizia e anche un internamento per soli tre mesi in un istituto psichiatrico a Roma.

Quindi, quali erano le idee che Paneroni andava divulgando ogni volta che ne aveva occasione, con opuscoli e libretti a stampa finanziati di tasca sua? Anzitutto che la Terra non si muove – «La terra non gira, o bestie!» è una delle sue espressioni più famose – e che è piatta: come avrebbero potuto non cadere gli abitanti dell’emisfero australe altrimenti? E come potrebbe la Terra viaggiare a velocità folli nello spazio e noi non percepirne il movimento? 


Il Sole e la Luna dovevano essere grandi il primo due e la seconda un metro abbondante. La nostra stella, una palla infuocata di 14 chilogrammi, si muoveva a mille chilometri di altezza: «Chi ha misurato la distanza è un balordo», scriveva stupefatto l’aspirante astronomo rudianese. La dimensione della Terra, invece? Infinita, perché camminando nessuno ne aveva mai raggiunto i confini. Non lo avevano fatto nemmeno i nuovi ritrovati della tecnica, gli aeroplani. Come si poteva credere a questa storia della Terra sferica, poi, quando se ne vedevano le altissime vette e si conoscevano le profondità degli abissi? Il cielo notturno era completato dalle stelle, grandi un millimetro, che erano a difesa del Sole e scagliavano fulmini e saette contro le nubi che volevano raggiungerlo e annientarlo.

È inevitabile, allora, paragonare questa storia tutta bresciana a quella narrata in uno dei libri più letti della storiografia: quello del 1976 in cui uno dei più grandi storici italiani, Carlo Ginzburg, pubblicava un fondamentale studio sulla figura di un mugnaio friulano di fine Cinquecento, conosciuto come Menocchio. Infatti, grazie agli straordinari atti di un processo dell’Inquisizione, fu possibile ricostruire la concezione del cosmo di una persona appartenente al ceto popolare di cinque secoli fa: una persona che leggeva troppo, e che parlava ancora di più. Nella sua testa si erano addensate strane teorie sulla Creazione: il titolo del libro, Il formaggio e i vermi, pesca a piene mani dall’idea che, secondo Menocchio, la genesi dell’uomo fosse avvenuta spontaneamente, come i vermi nascono dal formaggio guasto. Erano credenze materialistiche formulate da una mentalità pratica – incapace di distinguere la propria esperienza personale da verità scientifiche e universali – che presto l’Inquisizione bollò come eresie, portando il povero mugnaio a processo.

Lo stesso materialismo e la stessa mentalità pratica – non certo il complottismo che purtroppo è in voga oggi – caratterizzavano alle soglie del XX secolo anche la mente del rudianese Giovanni Paneroni, che diede voce a delle credenze e alla voglia di contestazione delle verità consolidate diffuse ancora all’inizio del secolo scorso. Così com’era ovvio che i vermi nascessero dal formaggio andato a male, lo era il fatto che la Terra fosse immobile e piatta, perché nessuno poteva umanamente sperimentarne il suo essere un globo. Nel XVI secolo, così come tra fine Otto e inizio Novecento d’altronde, l’accesso all’istruzione e alla conoscenza non era possibile, nemmeno per figure dinamiche e intraprendenti, ma di bassa estrazione sociale, come il mugnaio Menocchio o il gelataio rudianese. Ben diversa è la situazione di oggi, dove questo genere di teorie viene ancora propagandato da chi ha avuto accesso all’istruzione e ha tutti i mezzi per informarsi (e, soprattutto, formarsi).

Della straordinaria parabola di Paneroni si sono interessati in tempi recenti editori, giornalisti e associazioni culturali. Lo dimostrano le due pubblicazioni che lo riguardano (quella di Enrico Mirani per i tipi di Ermione, e quella di Giacomo Massenza pubblicata proprio dalla rudianese GAM). Su Paneroni, inoltre, è stato da poco presentato il docufilm Il tocco di Luna, realizzato dall’associazione Willyco e curato da Emanuele Fanelli e Giacomo Andrico. Perfino Indro Montanelli in un suo libro ha citato Paneroni, descrivendolo come un uomo del popolo che lottava per le proprie convinzioni in aperta opposizione con le gerarchie accademiche  con le istituzioni del Fascismo – quando ogni assembramento di persone generato dai comizi del rudianese era disperso dalla forza pubblica. Questo è, in fondo, il senso della storia di Paneroni oggi. Non certo la discussione sulla non veridicità delle sue convinzioni, buone solo per qualche terrapiattista del terzo millennio; bensì la riscoperta della dimensione di un uomo non attrezzato scientificamente, ma che non rinunciò a essere un cercatore, anche se solo attraverso il filtro della propria esperienza.

PHOTOCREDIT
Per le fotografie degli appunti di Paneroni, gentile concessione di GAM (Rudiano).
Per le immagini di scena, Emanuele Fanelli: presidente dell’associazione Willyco.

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