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«SURF FOR ALL»: COSÌ DA INSTAGRAM SI DIFFONDE IL SURF INCLUSIVO, CONTRO TUTTI I PREGIUDIZI

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Quando si pensa al surf, a qualunque «profano» non possono non venire in mente le classiche scene dei film americani o i documentari girati sulle coste australiane da ragazzi coi muscoli in bella vista. Dimenticate tutto. Il surf è molto, ma molto altro.

A spiegarcelo è un surfista di Sarnico, il 36enne Andrea Alari, che grazie alla sua pagina Instagram Surf for All (a breve anche un sito Internet) promuove questa disciplina in ottica inclusiva, «per tutti» e per tutte le persone, in particolare chi soffre di disturbi, sindromi degenerative o semplicemente per chi ha una disabilità motoria.

Come sei entrato nel mondo del surf?
In realtà mi ci sono avvicinato relativamente tardi, solo nel 2011. Mi trovavo in vacanza a Fuerteventura e così, come potrebbero farlo in molti, per gioco ho provato la mia prima emozione sulla tavola. Ho tentato e ritentato, innamorandomi di questo sport quasi come fosse un colpo di fulmine. Così, dopo poco tempo sono tornato sull’isola e mi sono messo ad imparare seriamente. Qui, grazie alla Shockwaves School e a Damiano Brogioni, ho capito ben presto che il surf non è solo uno sport, ma anche uno stile di vita. Con gli anni sono riuscito ad entrare in questa mentalità e l’ho apprezzata a tal punto da volermi impegnare per diffonderla a chiunque ne sia affascinato o anche solo interessato a capirne i benefici. Fondamentali sono stati i consigli e le tavole di Marcello Zani di Sequoia Surfboards

Ecco che arriviamo alla tua attività. Di cosa di occupi di preciso?
La mia esperienza col surf in tutta Europa – dalla Spagna al sud della Francia e in Italia – mi ha permesso negli anni di partecipare a numerosi grandi eventi come la Coppa del Mondo, anche se naturalmente non come partecipante: le gare sono destinate ad alieni che sono un tutt’uno con le onde. A Fuerteventura, che è rimasto il mio luogo preferito e in cui ho vissuto anche per diversi anni (intervallati da altri periodi di lavoro tra Sarnico e Palazzolo), collaboro con la Fuerte Tribù School, in cui mi dedico in particolare al surf adapto, ossia quel surf adattato per i disabili, per chi ha difficoltà motorie, invalidità o anche solo traumi temporanei. Questa disciplina, ma in generale il surf anche per normodotati, ha un grande effetto terapeutico e dà benefici al corpo e alla mente. Aiutare questi ragazzi per me è una missione a cui mi sto dedicando moltissimo. È per questo motivo che ho aperto una pagina Instagram attraverso la quale cerco di diffondere questo messaggio ovunque.

Considerando che si pratica soprattutto sull’oceano o al mare, come convivi con lontananza, visto che vivi qui?
Beh, non è semplice, ma appena posso vado sull’oceano, specialmente nella Penisola Iberica e sulle isole. In Italia il surf ha faticato a decollare, ma ora è in crescita. In Liguria e in Sardegna ci sono luoghi molto adatti a praticarlo. Poi, non dimentichiamoci che anche dalle nostre parti si può fare qualcosa, perché per esempio io (e non solo) faccio wakesurf sul Sebino, tant’è che quando la Coppa del Mondo di categoria ha fatto tappa qui ho fatto parte della Giuria. Per quanto riguarda invece il surf adapto, valide realtà che lo propongono in Italia sono la Surf 4 Children di Roma, il Surf for All Project di Firenze e Surf 4 Project di Tirrenia. 

So che ti dedichi anche alle campagne per l’ambiente.
Sì, vivendo le spiagge e gli oceani, noi surfisti siamo i primi a renderci conto di quanto l’inquinamento stia infestando le acque. Ho partecipato a diverse campagne di sensibilizzazione e di pulizia delle spiagge a Fuerteventura e ogniqualvolta ne ho la possibilità mi impegno per trasmettere il rispetto per il mare e l’importanza del fare la nostra parte, anche in piccolo e nel quotidiano. 

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