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«Corri Ephrem, corri!». Grazie all’amore di mamma e papà, il piccolo atleta senza gamba vince ogni giorno la sua sfida

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Muoversi tra disabilità e adozioni non è facile. Si rischia di inciampare nella retorica del diverso e di appiattire la vita di qualcuno alla propria condizione. Per fortuna il giovane Ephrem Bona non ha paura di inciampare. Corre, cade, si rialza e fila più veloce di prima, sfrecciando su una protesi in stile Iron Man. Il suo segreto? Solo una frenetica fame di movimento. Lo sa bene papà Alessio, educatore 33enne di Capriolo che con la moglie lo ha adottato in Etiopia nel 2015.

Com’è nata l’idea dell’adozione?
Tutto risale al viaggio del 2011, quando io e mia moglie Sara Gastoldi (anche lei educatrice, di Cividino, Ndr) siamo stati al Centro Aiuti per l’Etiopia di Areka per un progetto di cooperazione internazionale durante gli studi universitari. Si tratta soprattutto di un centro per bambini e diversi adulti. Due anni dopo abbiamo colto l’occasione per tornare e provare a gestirlo. In quei sei mesi ci siamo interrogati sull’avere un figlio. Vivere là era un’esperienza umanamente ricca, ma dura, a contatto con la povertà e la sofferenza, in una zona in cui purtroppo anche la morte di bambini rientra nella quotidianità. Quasi un’abitudine, insomma. Affrontare tutto questo ci ha spinto a tornare a casa, sebbene avremmo dovuto fermarci tre anni secondo i piani originali. L’adozione ci sembrava un piccolo, ma valido gesto per offrire a un bambino un futuro migliore.

Ci sono stati ostacoli lungo l’iter?
Innanzitutto l’età. Eravamo considerati troppo giovani, fuori dallo standard per le coppie adottive. Ma la nostra era una libera scelta, non dovuta a limiti biologici. Dopo un anno di colloqui con esperti e psicologi, comunque, avevamo ottenuto l’idoneità. Il secondo grosso ostacolo è stata l’opposizione del tribunale. Grazie a un’amica avvocato, abbiamo fatto ricorso riuscendo a vincere. Ephrem è arrivato in Italia nel settembre 2015, allora aveva 4 anni. Siccome io e Sara ci eravamo resi disponibili anche per casi di disabilità fisiche, la commissione aveva abbinato il nostro profilo a un bambino senza una gamba. Siamo andati in Etiopia per un paio di mesi, fino alla sentenza. Nonostante i primi timori, si è dimostrato affettuoso sin da subito. Guardava sbalordito oggetti che per noi sono banali. È un ragazzino che ti entra nel cuore. Vivace, ma anche testardo e competitivo.

Gli ingredienti giusti per dedicarsi allo sport.
Ne è sempre stato affascinato. Ricordo la prima partita di basket seguita dal vivo, a Brescia, nell’inverno 2016. Era letteralmente rapito. Lì ho cominciato a chiedermi quali opportunità ci fossero adatte a lui sul territorio. Per caso mi sono imbattuto nell’Art4Sport: associazione che segue ragazzi amputati guidata da Teresa Grandis (madre della nota atleta paralimpica Bebe Vio, Ndr) che ho conosciuto. Dal 2017 Ephrem ne fa parte e si butta in tantissime esperienze, dagli sci alla corsa. Quest’anno siamo stati in Germania per il 3° Junior Camp consecutivo agli Europei di Calcio amputati, organizzati dalla FISPES che si occupa di sport paralimpici e sperimentali. Ephrem ha giocato nella squadra del Cividino fino all’anno scorso. Tra gli sport e hobbie provati ci sono il nuoto, saltuariamente l’atletica e la bicicletta. Se penso alle opportunità e alle conoscenze che ha maturato in questi quattro anni, quasi mi spavento!

Ephrem come vive la sua diversità?
In modo del tutto sereno. Certo, ci sono momenti in cui può soffrire lo sguardo curioso degli altri, ma non si è mai sentito inferiore per questo. Merito della sua tendenza innata a dare il massimo in ogni ambito.  Nonostante le fatiche, rifarei tutto mille volte del nostro percorso, sono felicissimo. L’attesa può essere sfiancante e occorre mettersi in discussione, sia come singoli, sia come coppia, ma la gioia finale è immensa. Sono orgoglioso di questa mia famiglia mix, a cui si è aggiunta Cloe l’anno scorso. Siamo certi che anche in veste di fratello maggiore Ephrem stia dando il massimo. A breve inizierà la sua avventura nel basket in carrozzella, sebbene sia impossibile per lui. Troppo testardo per sedersi. Troppo vivace per sentirsi disabile

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