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Le radici amare di Soncino: patrimonio della cultura e della tavola tra tradizione e innovazione per salvaguardarne la sopravvivenza

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La Sagra delle Radici è senz’altro un appuntamento che – assieme alla Rievocazione Storica e Halloween – a Soncino scandisce l’ottobre del borgo medievale. La quarta domenica del mese stands nelle vie e piazze soncinesi, visite guidate, musica dal vivo fanno da cornice all’omaggio organizzato ormai da 53 anni dalla Pro Loco per valorizzare uno dei prodotti più singolari della Valle dell’Oglio: la radice amara di Soncino.

Il suo parente più stretto è la cicoria: dal punto di vista biologico e nutrizionale, infatti, la radice non ha nulla da invidiare al radicchio rosso trevigiano o alla catalogna (altre varianti di Cichorium Intybus). Tutte queste erbe si caratterizzano per le loro virtù depurative e antiossidanti, aiutando anche all’assorbimento del ferro. Un vero e proprio toccasana per la salute, tanto che i nutrizionisti cominciano a proporre la radice amara nel ristretto novero dei superfoods, gli alimenti più ricchi di sostanze benefiche (al pari di quinoa, mirtilli, avocado, alga spirulina). La stessa radice è in attesa di ottenere il prestigioso marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta). Invece la sua produzione è condotta da pochissime aziende ed è ridotta ai minimi termini

Nel comune di Soncino – per la precisione, nella frazione di Gallignano – ne è rimasto solo uno: è la Oroverde di Roberto Bosio, attiva dagli anni Cinquanta e ormai detentrice di una decennale esperienza di coltivazione di questo prodotto. Tutta colpa di un drastico calo della domanda, che dagli anni Sessanta ad oggi è diminuita dell’80 percento. «Come agricoltori e imprenditori consapevoli della responsabilità verso il territorio e la comunità in cui operiamo – dice l’azienda – parole come sostenibilità e tradizione per noi sono un valore. È come lavoriamo che fa la differenza». La produzione locale, però, è a rischio e si stima che i coltivatori di radici si contino letteralmente sulle dita di una mano. Si è calcolato che la superficie totale di terreno destinata alle radici amare nella penisola sia ormai inferiore ai 100 ettari: se si trattasse di una superficie comunale, sarebbe il terzo comune più piccolo d’Italia, dopo Atrani (in provincia di Salerno) e Miagliano (Biella). «Confermo purtroppo – ha riferito Roberto Bosio – che la vendita di radici sta attraversando ancora una situazione difficile».

Roberto Bosio e le sue radici amare

Fino a qualche anno fa, la radice amara compariva ancora sulle tavole invernali dei lombardi, spesso in insalata, lessata o gratinata. Anche se il vero piatto forte è il risotto alle radici, che compare in molti menù soncinesi. Oggi si sta tentando di rinnovare il prodotto, sulla scia del successo delle erbe aromatiche e delle spezie orientali, per farne tisane, decotti, amari e digestivi. C’è però chi sta provando a conciliare due tradizioni diverse: la cooperativa Inchiostro di Soncino ha sperimentato in anni recenti la produzione di torrone alle radici amare, coniugando il prodotto tipico del borgo con il protagonista dei dolciumi cremonesi. Allora chissà che la Sagra delle Radici, che si svolge in un Comune dove il viavai turistico è sempre rilevante, non riesca veramente a essere uno strumento di rilancio per questo ortaggio tipico del territorio soncinate.

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