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I quarant’anni di Radio Pianeta: dalle radio libere alla App, tra ricordi storici e sguardo sul futuro

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«Era il ’78 e in parrocchia volevano trasmettere le missioni. Una volta terminate, però, i ragazzi si sono trovati tutta la strumentazione inutilizzata. Erano gli anni delle radio libere, il resto lo ha fatto l’entusiasmo dei diciottenni: l’anno dopo è nata Radio Pianeta». Inizia così il racconto di Sandro Picco, Direttore Artistico dell’emittente di Cividate, 57 anni e nato a due passi da qui: «Eravamo la radio dell’oratorio e fino a tre o quattro anni fa il parroco era formalmente il presidente. Poi siamo cresciuti, sempre autofinanziandoci». Una crescita non proprio indifferente, visto che il raggio d’azione copre un pubblico potenziale di un milione e duecentomila persone: «Tutta la provincia di Bergamo, una buona parte di Brescia e una fetta di Cremona, Lodi e Milano».

Un’attività portata avanti da uno staff di venticinque volontari tra tecnici e conduttori, con un’attenzione particolare a quel Effetto Glocale che dà il nome ad uno dei programmi di punta: «Seguiamo anche eventi nazionali, come ad esempio il Festival di Sanremo. Ma in quei contesti, ovviamente, ci sono emittenti che sono più strutturate: a noi, invece, interessa di più l’aspetto locale, quello che succede sul territorio, senza gossip o politica». Un’attenzione che si tramuta anche in attività con le scuole, come il progetto Mass Media. «Insegno ai ragazzi come fare: gli spiego come era una volta e rimangono impressionati. E chiudiamo con uno spettacolo nel quale sono proprio loro a fare la radio». Al pronunciare quel «come era una volta» il nastro dei ricordi si riavvolge da solo e si finisce col ricordare aneddoti che hanno segnato la crescita di Radio Pianeta. «Nel ’96 c’è stato un allarme bomba alla scuola media di Cividate. Sapevano che era un allarme fasullo, ma bisognava evacuare la scuola e così ci chiamarono per dare l’annuncio in radio. Nonostante la cautela, dopo cinque minuti ho visto passare una fiumana di mamme preoccupate. Lì ho capito che ci seguivano in tanti». E un ospite particolare? «Tra quelli venuti in studio, dico i Modà. Tra quelli intervistati telefonicamente cito Mogol e Vecchioni: mostri sacri di una disponibilità incredibile».

Pensando alla strada fatta, a Sandro brillano gli occhi. E allora mi viene spontaneo chiedergli quali saranno i prossimi passi, magari cominciando proprio dalla festa per il 40esimo anniversario. «A febbraio abbiamo già festeggiato facendo 40 ore di diretta, raccontando la musica del ’79. In autunno faremo sicuramente una serata musicale, ma preferisco non svelare altro». E sul futuro? «Il sogno è la DAB, la Digital Audio Broadcasting, ovvero la radio digitale, ma in Lombardia serve aspettare: con quella veramente non avremmo più confini e potremmo dare un sacco di informazioni in più. Ma devo dire che già ora, con la App, abbiamo chi ci segue dal Brasile o dalla Thailandia. O come una ragazza che vive a Brighton e ogni sabato mattina ci scrive».
Mentre parliamo sul monitor di fronte a noi scorrono i titoli dei prossimi pezzi; Sandro si alza, si muove tra mixer e sposta microfoni. Gli chiedo cosa provi: «Dopo quarant’anni qui è casa mia, se non ci vengo sto male. Noi non vogliamo solo far ascoltare musica, vogliamo spiegare e far scoprire».

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