Regina della Scala, imprenditrice ante litteram e Signora della Calciana

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L’Età di Mezzo non è certamente ricordata come l’epoca delle pari opportunità. Non sono arrivati fino ad oggi molti documenti medievali e men che meno esistono documenti così datati che citino figure femminili. Ciononostante, sono note al grande pubblico l’importanza e la statura di donne come Giovanna D’Arco, Matilde di Canossa, Caterina da Siena. Tra guerriere, contesse, figure religiose si fecero largo però anche le imprenditrici. E forse anche come tale andrebbe ricordata Regina della Scala, prima signora di Calcio e della Calciana: area che in passato occupava diverse decine di chilometri quadrati, spingendosi ben oltre i confini dell’attuale comune della Bassa bergamasca. Il suo cognome tradisce le origini veronesi: Regina – o Beatrice – della Scala nacque, infatti, nella città dell’Arena nel 1331, per spegnersi a Sant’Angelo Lodigiano 53 anni – e 15 figli – dopo. La casata scaligera era delle più illustri di quel tempo: basti pensare che Dante, in esilio da Firenze, fu ospitato da Cangrande della Scala, un avo di Regina. 

Simbolo Della Scala, Castello di Pandino

La nobildonna fu promessa in sposa a Bernabò Visconti, uno dei tre reggenti del nascente Ducato di Milano, già nel 1345: il matrimonio comunque si celebrò solo nel 1350. Il marito non era certo un tipo malleabile. Della sua vita si ricorda spesso un episodio balzato alle cronache già all’epoca medievale: tra i suoi sudditi girava il macabro racconto di quando Bernabò fece scegliere a dei delegati papali se ingoiare una bolla di scomunica a lui indirizzata, ed evidentemente non gradita, oppure essere gettati nel Lambro. Gli inviati non ebbero esitazioni e divorarono pergamena, cordoncino e sigillo. Con il disappunto di Bernabò, uno di questi inviati, tal Guillaume de Grimoard, nel 1362 fu eletto papa con il nome di Urbano V.

Ad ogni modo, le nozze – allora si faceva così – suggellavano probabilmente un’alleanza politica e forse anche l’intento di stabilizzare un’area ormai devastata dalle continue guerre. L’accordo fra i coniugi però dovette essere sincero: i due si costruirono una splendida dimora di caccia in campagna ancora oggi visibile, dato che si tratta del Castello di Pandino. Ma soprattutto – e qui i fatti cominciano a farsi veramente interessanti – i due acquistarono attorno alla metà del Trecento una serie di territori a ridosso delle sponde dell’Oglio, sparsi tra Calcio, Urago, Roccafranca, Cividate, Pumenengo, Chiari. Bernabò li diede in piena concessione a Regina, esentando questi territori da ogni dazio o imposizione fiscale. Nel donarli alla moglie li descrisse ancora, in un latino piuttosto intuibile, come «loca periculosa, inculta et multimode destructa». Non proprio un gran dono di nozze, insomma.  Fatto sta che a partire dal 1366, Regina della Scala ebbe tra le mani un territorio piuttosto vasto e defiscalizzato, di cui era assoluta padrona dal punto di vista economico e giuridico. Oltretutto, questi fondi si trovavano a ridosso di ciò che in età medievale e moderna era contemporaneamente una fonte di energia, di risorse e una via di trasporto eccezionale: il fiume Oglio. Così, con quei cento o centocinquanta anni di anticipo, partì il Rinascimento della Calciana.

La rinascita non poté che partire dalle acque. Gli investimenti di Regina si concentrarono nelle opere di canalizzazione del territorio, che si susseguirono vorticosamente: vennero ampliate rogge già esistenti, come la Baiona, e altre se ne scavarono ex novo, come la roggia Donna (chiamata così proprio in onore della domina del territorio). Come ha scritto lo storico Fabrizio Pagnoni, si potrebbe addirittura intravedere il tentativo di «trasformare la Calciana in un serbatoio di derrate per le città del dominio». Da terra incolta quindi, l’area sarebbe dovuta diventare uno dei punti chiave per l’approvvigionamento dei centri urbani nel giro di pochi anni. Un vero e proprio miracolo economico ante litteram.

Difficile capire dai pochi documenti pervenuti cosa andò storto o cosa non funzionò. Quello che si sa è che tra 1379 e 1380 Regina della Scala decise di disfarsi di queste terre, cedendole sostanzialmente a due famiglie: i Secco sul Cremonese e i Martinengo sul Bresciano. Sui feudi di Calcio e di Urago, queste casate costruirono parte delle loro fortune e soprattutto acquisirono una serie di privilegi e di immunità fiscali che conservarono per secoli, contro ogni tentativo di cancellarle da parte di re e governatori spagnoli, austriaci, veneziani. Solo Napoleone con la Campagna d’Italia riuscì, con un colpo di spugna, a farli svanire nel nulla.

La lapide Regina della Scala, interno di chiesa di Sant’Alessandro

C’è un secondo dato certo: il valore di queste terre tra il 1366 e il 1382. Nel 1366, per acquistarle, Regina della Scala impiegò 10.000 fiorini d’oro. Nel venderle ai Secco ne ricavò 17.000, cui vanno aggiunti i 6.000 fiorini ricavati dalla vendita effettuata a Prevosto Martinengo. Nel 1382 un’altra parte di questi terreni – a Pumenengo, Torre e Gallignano – fu venduta ad altri acquirenti per una cifra pari a 12.000 fiorini. Anche prendendo questi dati con la dovuta cautela, in quindici anni i beni della Calciana avevano più che triplicato il loro valore. L’investimento, con la sola vendita, aveva reso qualcosa come l’8,8 percento annuo, per non parlare dei canoni di affitto di campi, mulini, ore d’acqua.  Vero è che buona parte di questo incremento di valore si doveva ai privilegi economici che ormai erano stati accordati a questi fondi, ma di certo Regina della Scala, con i conti – nobili o algebrici che fossero – sapeva trattare da vera imprenditrice.

(In copertina, un dettaglio dell’opera dell’artista clarense Giovanni Repossi che la raffigura).

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