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Il cuore di padre Riccardo batte per l’Africa: quando la solidarietà è ragione di vita

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Era il 1991 quando un giovane sacerdote di Moletta di Borgo San Giacomo – che dal 1982 al 1987 era stato curato alla parrocchia Sacro Cuore di Palazzolo – decise di cambiare vita e portare il proprio cuore e le proprie azioni tra i più bisognosi dell’Africa. Così, padre Riccardo Caffi cominciò quella sua esperienza al fianco delle popolazioni del Continente Nero, prima in Botswana per un anno di noviziato, poi in Kenya per tre anni e infine sempre in Tanzania: prima alla missione di Mlowa, poi parrocco a Itisso, una nuova formazione ad Arusha e dal 2012 a Itololo, in Tanzania. Ora che ha 67 anni, però, il missionario passionista ha qualche problema di salute e – salvo un breve viaggio alla fine dell’anno scorso – non vive in Africa da quasi due anni. Tuttavia, il suo spirito non se n’è mai andato, perché quei luoghi e quei popoli non si possono più ignorare dopo che li si è conosciuti.

Com’è la situazione a Itololo?
Si tratta di un centro periferico, ma molto popoloso, dove le persone fino a qualche anno fa non avevano molte possibilità nemmeno di accedere a grandi quantità di acqua potabile e ai servizi sanitari. Grazie agli aiuti provenienti dall’Italia, e da Palazzolo in particolare, siamo riusciti a trasformare un vecchio edificio gestito dalle suore di Ivrea in un dispensario e poi in un health center. Ormai manca poco per poterlo riconoscere a tutti gli effetti come ospedale. Era un traguardo impensabile all’inizio.

C’è ancora molto da fare per far uscire dalla povertà quelle popolazioni?
Partiamo dalla premessa che la Chiesa riesce a penetrare meglio dei Governi. Ogni missionario è un rigagnolo che va a confluire nel grande fiume della solidarietà. In quelle zone puntiamo molto sui giovani, perché hanno tantissima voglia di fare, sono attivi e desiderosi, ma sono sempre bloccati dalla mancanza di risorse. Persino la scuola, che è a pagamento, è difficile da frequentare e solo chi sacrifica tutto riesce a mandarci i figli. La vita è ancora basata sull’agricoltura di sussistenza e quindi i figli sono preziosi per aiutare nelle coltivazioni e nell’allevamento del bestiame. Ma io vedo che i ragazzi vogliono imparare, vogliono formarsi e migliorarsi. Ci sono innovazioni, ma lo sviluppo è asimmetrico e spesso contrasta con la gestione tradizionale. Ad esempio, i trattori sono visti come un dono straordinario per arare più ettari possibili, ma poi mancano le forze per zappare, piantare e raccogliere su terreni così ampi.

Com’è visto in Africa il missionario italiano? E qual è il rapporto che si instaura con quei popoli?
Il rapporto con l’uomo bianco è da sempre complesso. Non dimentichiamoci mai che abbiamo a che fare con popolazioni che hanno subito le potenze coloniali europee. Insomma, i bianchi andavano là e comandavano. Non sempre serviva la forza, però. I missionari stessi, una volta, non lasciavano molto spazio allo sviluppo autonomo delle comunità. Ora invece è diverso: noi diamo le idee e forniamo, nei limiti concessici, le risorse. Ma spetta ai locali decidere e agire. È un approccio diverso che ora sta dando i suoi frutti.

La Tanzania è un Paese dove i cattolici sono meno del 40 percento. Ci sono mai stati problemi, anche con i civili?
Francamente non ho mai avuto paura, né problemi di violenza tribale o religiosa. Anzi, se devo dirla tutta, ho un ottimo rapporto con altre confessioni, come quella protestante e quella musulmana, che mi invitano alle loro celebrazioni e riconoscono che lavoro per la gente, per darle un futuro. Quando ho lasciato Itisso, i rappresentanti di quelle religioni mi hanno ringraziato e benedetto. Per me è stato un momento speciale, perché siamo tutti uomini che vogliono vivere in pace e portarla tra la gente.

Come si sente lontano dalla sua Africa?
Ma io non sono lontano dall’Africa. Sono lontano dall’Italia. Io sono ancora là. Non posso che ringraziare chi si impegna per aiutare la missione e rende possibile quei sorrisi, impagabili, sui visi di quei bambini e delle loro famiglie. In Italia ho incontrato tanta generosità, ma purtroppo vedo anche tanta cattiveria. In trent’anni questo Paese è mutato molto e a volte fatico a riconoscerlo. Non bastano i soldi, bisogna cambiare il cuore. Qualcuno ha dimenticato il valore del perdono e vive in compartimenti stagni. La bellezza dell’Africa è lo stare insieme, il condividere, i saluti e gli abbracci sinceri. Ecco perché non posso che affermare che il mio posto è là. Io sono un africano.

GRAZIE ALLE BRACCIA DI TANTI PALAZZOLESI, ORA ITOLOLO HA IL SUO OSPEDALE
Sono passati ormai dodici anni da quando a Palazzolo si è costituita l’associazione Amici di Padre Riccardo: un sodalizio che però non è stata altro che la formalizzazione di un gruppo che, in seno al gruppo Alpini, aveva già iniziato ad aiutare il missionario gabianese sin dal 2003.
Da quel momento sono stati numerosi i traguardi raggiunti nell’aiuto delle comunità che il passionista bresciano ha aiutato, in particolare di Itololo. Tra questi spicca il progetto più ambizioso, quello che ha dato una speranza a migliaia di persone: l’ospedale. Nato come dispensario, l’edificio è diventato un nosocomio vero e proprio dove ora ci su può affidare a reparti specifici come la maternità, la chirurgia, la medicina generale, la pediatria, oltre che un laboratorio di analisi. Le new entry sono la radiologia, i servizi oculistici e dentistici, in via di completamento.

L’idea nacque sette anni fa, quando un vecchio edificio abbandonato da alcune suore africane è stato fatto rinascere grazie non solo alle donazioni pecuniarie, ma soprattutto alla manovalanza di decine di volontari palazzolesi e di altri paesi bresciani e lombardi. L’esigenza era altissima, perché Itololo è un luogo molto popoloso, ma anche molto isolato. Per avere accesso a cure professionali bisognava fare ore di strada e questo era un impedimento notevole per molte persone, in primis per le donne incinte.
La cosa straordinaria è che questo ospedale è stato realizzato grazie ad anni di donazioni di privati raccolte dall’associazione palazzolese. Una cifra consistente è stata possibile grazie alle offerte e ai ricavati di eventi che il sodalizio e gli Alpini propongono durante l’anno, dalle cene ai concerti. Inoltre, da non sottovalutare è un altro aspetto di questa corsa alla solidarietà, ossia che anche le aziende ospedaliere, che per diverse ragioni sostituiscono vecchi macchinari ancora perfettamente utilizzabili, donano a padre Riccardo la strumentazione che, imballata in container, viene trasportata fino ad Itololo.

L’attività del gruppo non si ferma però qui. C’è sempre qualcosa da fare per migliorare e ogni anno qualche volontario parte dall’Italia per contribuire all’ampliamento dell’ospedale, così come negli anni sono stati moltissimi i palazzolesi (e non solo) che si sono avvicendati per costruire la struttura, oggi pienamente operativa. Tra i principali artefici di questa rete di solidarietà a padre Riccardo c’è Claudio Ghezzi, presidente dell’associazione e referente personale del passionista gabianese. A lui l’Amministrazione comunale due anni fa ha anche consegnato la Benemerenza civica

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