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A caccia di storie dimenticate: così Manuele Cecconcello racconta la sua passione per il cinema

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«Stringi un patto con la realtà che riprendi e mantienilo». Una regola ferrea che Manuele Cecconello, biellese classe 1969, considera fondamentale per la settima arte. Una passione e al tempo stesso un mestiere per questo «ricercatore solitario e intransigente» (come si definisce lui stesso), mosso da un’inesauribile curiosità a cui oggi può dedicarsi nello studio Prospettiva Nevskij: non quella di Pietroburgo bensì a Sarnico, paese nel quale risiede da dieci anni assieme alla moglie capriolese e il loro bambino. Tra le sue opere, Il patto della montagna: film recente che sta riscuotendo grandi interessi di critica e pubblico a livello nazionale.

Di cosa parla il film?
È un documentario che racconta un episodio risalente al 1944-45, nel territorio biellese. Ci furono delle trattative segrete tra imprenditori tessili, operai e partigiani per ottenere migliori condizioni lavorative e tutelare la produzione di qualità. Quel patto stabilì in particolare la parità salariale tra uomini e donne: un risultato che sulla scena internazionale sarebbe stato raggiunto solo negli anni Sessanta. 

Un pezzo di storia poco conosciuto su un tema fortemente attuale.
Infatti, la domanda ricorrente che riceviamo dal pubblico alla fine delle proiezioni è: «Perché non ne sapevamo niente?», oppure: «Questo film si deve mostrare nelle scuole!». Perché rappresenta una testimonianza il cui valore oltrepassa i confini locali. Non a caso a dicembre saremo in concorso al Sarajevo Fashion Film Festival: il più importante appuntamento Est europeo su cinema e moda.

Cosa ha significato per te realizzare questo documentario?
Innanzitutto lottare contro l’oblio e mostrare come uno spazio periferico sia stato un precoce laboratorio di democrazia e diritti.

E com’è sbocciato l’amore per il cinema?
Il primo contatto col linguaggio delle immagini lo devo alla fotografia, a cui mi avvicinai a 13 anni nello studio di mio padre pittore. Dopodichè venni presto a contatto col cinema d’autore e d’avanguardia, giocando con pellicole, Super 8, elaborazioni e ottiche. Il tutto mi ha poi indirizzato verso la facoltà di Lettere e una tesi su Tarkovskij, uno dei miei “maestri”. Poi, dopo una collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino, scelsi un percorso professionale mirato sia alla produzione, sia alla didattica dell’audiovisivo. Dal 1992, avviando la società Prospettiva Nevskij (www.prospettivanevskij.it), ho diretto oltre un centinaio di film sperimentali e documentari. Tra questi ultimi, per esempio, rientra il Suono di Chiari: un film sul restauro dell’organo nella chiesa dei Santi patroni Faustino e Giovita.

A cosa stai lavorando in questo periodo?
Mi sto dedicando a scovare altri piccoli e grandi eroi: piccoli agricoltori o allevatori, uomini di fede, nuovi eremiti; persone, insomma, che cercano una verità nel contatto con la natura o con una qualche forma di spiritualità. 

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