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I Dogon dell’Africa: l’antica tribù ospite di un simposio sul tema delle radici e della comunità

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Tra i tanti popoli e tribù che abitano l’Africa ce n’è anche uno che ha trovato la propria casa da secoli alle pendici montuose delle Falesie del Mali, non lontano dal confine col Burkina Faso. Sono i Dogon, un popolo che oggi si trova a dover lottare contro due forze potenti che rischiano di cancellare la propria cultura per sempre: da un lato ci sono le spinte del neo-colonialismo europeo (in particolare francese) e dall’altra quelle più terrificanti dell’avanzata dei gruppi jihadisti nel Mali.

Così, la loro testimonianza è stata portata durante lo scorso mese di maggio a Palazzolo (ma anche a Erbusco e Provaglio d’Iseo) grazie all’associazione Sirio B, che ha sede a San Pancrazio ed è guidata da Rosangela Zanni: psicologa e studiosa di antropologia originaria di Capriolo. Insieme a lei c’erano una dozzina di rappresentanti del popolo Dogon e una buona dose di esperti, sociologi, scrittori e antropologi come Massimo Fini, Diego Fusaro, Michele Corti e Guidalberto Bormolini.

I Dogon si sono intrattenuti con la gente della Valle dell’Oglio e della Franciacorta portando la propria idea di società, fondata sulla coltivazione della terra e su tradizioni che sono tramandate dagli anziani, depositari dell’antica sapienza di un popolo che si è sempre mantenuto coeso anche di fronte alle innumerevoli difficoltà a cui la storia li ha messi di fronte. Non a caso, durante le conferenze che hanno accompagnato gli eventi uno dei concetti più criticati è stato quello di progresso. Che la si pensi come Fini – che mette in guardia dalla «fallacia della cosiddetta evoluzione che porta all’appiattimento di culture, tradizioni e identità locali millenarie» – o come Fusaro, che citando grandi filosofi parla di «mondialismo», la riflessione che scaturisce dalle parole della gente Dogon è concreta: non esistono culture avanzate e arretrate, ma solamente culture, ciascuna con la propria peculiarità e conoscenza

Gli usi e i costumi della tribù sono stati mostrati in esibizioni emozionanti, specialmente riconducibili a danze funebri che vengono ancor oggi eseguite con maschere in legno, abiti colorati e totem. «È un onore per me ospitare questo popolo e presentarlo al territorio – ha spiegato la Zanni –. Ho visitato i loro villaggi per la prima volta nel 2002 insieme all’etnopsichiatra Piero Coppo e da quel momento la mia vita è cambiata. La nostra società è fondata sul materiale e sull’individualismo, ma in questo modo stiamo perdendo del tutto il legame con il passato e le nostre radici. Tra i Dogon è tutto diverso: la società è fondata sui legami interpersonali, su un’idea di società che riesce a preservarsi grazie all’unità, al dialogo e al contributo di ciascuno nel lavoro e nella famiglia». 

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