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La «Storia di Farina» di Andrea conquista il podio del concorso di architettura

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Andrea Baselli – gabianese classe 1986 – è un architetto trapiantato a Milano, dove con i suoi colleghi Riccardo Delinci e Sara Magnone ha fondato lo Studio MABB. Di recente ha ricevuto un importante riconoscimento internazionale per un gioiellino che è nato proprio nella sua Borgo San Giacomo. Infatti, sono stati più di cento e provenienti da tutto il mondo i progetti presentati al Concorso internazionale Storie di Farina – I nuovi spazi del pane tra i quali quello che è valso il secondo posto al giovane professionista per il lavori di ristrutturazione al Fornaio della Piazza, storica forneria del piccolo borgo. 

In cosa consiste il tuo progetto?
Lo spazio rettangolare ricavato al piano terra dell’edificio di origini cinquecentesche è stato completamente svuotato, lasciando che gli elementi strutturali dettassero il ritmo della composizione spaziale. La scelta progettuale cardine dell’intervento è stata l’accostamento di pochi materiali, tutti naturali, che rimandano alla bontà delle cose vere e genuine come le farine, l’olio e le materie prime utilizzate per la produzione del pane. In maniera analoga la calce naturale delle pareti, il marmo di Carrara ed il legno di rovere grezzo rendono questo ambiente luogo ottimale per la vendita dei prodotti del grano.

Com’è stato essere sul podio di un concorso internazionale come quello di Storie di Farina?
Per me è stato un onore ricevere questo riconoscimento e vorrei ringraziare Andrea Pinelli titolare del Fornaio della Piazza di Borgo San Giacomo che ha creduto sin da subito nel progetto, lasciandomi completa libertà di espressione. Ho trovato estremamente interessante la qualità dei progetti premiati ed ho notato una grande ricerca per quanto riguarda l’architettura degli interni. Una disciplina che negli ultimi anni si è sviluppata moltissimo, riuscendo a stravolgere degli spazi (molte volte preesistenti), dandogli nuovo respiro, aumentando così la qualità del vivere quotidiano di tutti noi.

Hai sempre saputo di voler fare l’architetto? 
In realtà no, penso di aver sempre avuto una propensione al progetto in senso lato, «dal cucchiaio alla città» per dirla con Ernesto Nathan Rogers. Sin da piccolo ho sempre percepito un’innata predisposizione nell’immaginare, progettare e costruire oggetti e spazi per il gioco. Credo anche che l’enorme scatola piena di Lego che custodisco gelosamente nella cantina dei miei genitori abbia avuto il suo bel peso nello sviluppo di tutto ciò.
Per quanto riguarda la professione, penso di averlo capito durante il primo anno di studi alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dove ho incontrato i miei maestri che ancora oggi mi accompagnano durante il cammino. 

Dove trovi l’ispirazione per i tuoi progetti e cosa pesa di più durante la fase creativa?
L’ispirazione può venirmi da qualunque cosa: da un materiale con una bella trama ad un film di Luchino Visconti. Quando mi approccio per la prima volta ad un nuovo progetto tento di comprenderne la struttura spaziale, l’essenza della sua forma, e mi lascio guidare da essa per dettare il ritmo che deve avere lo spazio, con particolare attenzione all’accostamento dei materiali ed allo studio della luce. 

Hai un progetto nel cassetto che sogni di realizzare prima o poi nella tua carriera?
Fortunatamente i progetti che realizzo mi danno molte soddisfazioni. Detto ciò, mi piacerebbe molto rapportarmi con edifici di grandi dimensioni realizzati ex novo in contesto urbano, come una torre per uffici o un grande spazio espositivo. Anche se penso che con l’aumentare delle dimensioni si perda il controllo del dettaglio, punto cardine del nostro lavoro. Trovo comunque che la sfida sia estremamente interessante. 

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