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«I Tre sogni: un concerto» di Gian Bianchetti: ecco la nuova opera del drammaturgo palazzolese

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«L’arte non deve dare risposte. Deve interrogare gli spettatori sul percorso della propria vita, porre quesiti e stimolare una riflessione interiore».

È con queste parole che Gian Bianchetti, storico drammaturgo di Palazzolo, sintetizza il suo «credo». Ora ha 73 anni ed è un’istituzione del teatro locale: considerato da molti colui che, grazie a tenacia ed abilità, è riuscito a rilanciare il palcoscenico palazzolese dopo che negli anni Settanta era venuto a mancare un ricambio generazionale in quest’arte.

«Sono nato con la Repubblica, nel giugno 1946», gli piace ricordare; ma nel corso della sua lunghissima carriera professionale ha raggiunto vette davvero alte. Dal lavoro come grafico alla costante passione per i sipari, il palazzolese ha sempre messo al centro dei suoi lavori un’attenzione all’essere umano come insieme di complessità e peculiarità.

L’ultima fatica artistica – nata in seno al suo laboratorio di arti applicate chiamato Teatro? No! – è l’opera Tre sogni: un concerto: andata in scena lo scorso 30 marzo (con replica il giorno successivo) negli spazi concessi dal Comune all’interno della Scuola media King di via Dogane, dove si svolgono anche le prove stesse, ogni lunedì e mercoledì. Sul palco si sono avvicendate tre attrici, a ciascuna delle quali è stato affidato un monologo su tre distinti elementi – Spirito, Mente e Corpo – che, una volta uniti, costituiscono l’essere umano. L’esperienza del laboratorio di arti performative non è però recente, ma è nata nell’ormai lontano 1977. «Ho recitato la mia prima battuta a teatro nel 1956, sul palco dell’oratorio di San Sebastiano in un’opera diretta dal celebre maestro Renzo Pagani – ha spiegato il 73enne –. I miei genitori, però, preferirono non assecondare la mia passione in tenerà età. Tuttavia, grazie al Teatro Tascabile di Bergamo, ho cominciato nei primi anni Settanta un’importante collaborazione: ho imparato tanto e ho fondato il laboratorio teatrale. Dai primissimi lavori tratti da Molière, passando per Beckett e Ionesco, abbiamo portato sul palco a Palazzolo (e non solo) opere teatrali diverse dalle tradizionali, più spirituali e immersive».

Dalle esperienze in tutta Italia a quelle in Francia, il suo talento si è spinto anche oltreoceano, a San Francisco, ma è sempre rimasto integro, un «pensatore libero», un «anarchico» alla De Andrè, tanto per intenderci. «Io credo nell’arte come comunicazione vera dai profondi risvolti sociali – ha concluso Bianchetti –. Credo nell’opportunità dell’uomo di rimanere libero attraverso l’arte, spogliato dai dogmi che ci vengono imposti dalla società sia nella vita quotidiana, sia in quella artistica. Le convinzioni sono fatte anche per essere smontate, attraverso il confronto serio e argomentato. Anche per questo mi considero sempre un teatrante alla perenne ricerca del teatro».

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