La fortezza della «città ideale» nel centro di Orzinuovi

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Nella storia, si sa, le date sono importanti. Per la città di Orzinuovi due sono cruciali: il 1454 e il 1509.
La prima è quella della pace di Lodi, cioè quel delicato trattato internazionale che portò una relativa stabilità nell’Italia Settentrionale: se la civiltà dell’Umanesimo e del Rinascimento fu possibile, lo dobbiamo alla tregua raggiunta nel 1454, che permise di investire in architettura civile e mecenatismo, anziché in spese militari. La seconda è quella della battaglia di Agnadello in cui, alla ripresa delle ostilità, i francesi impartirono a Venezia una severa lezione, ponendo fine alle mire espansionistiche dei dogi verso la Lombardia.

Nonostante il silenzio delle armi, nei cinquantacinque anni che intercorsero tra la pace di Lodi e la battaglia di Agnadello, i due principali borghi fortificati nei pressi dell’Oglio furono al centro di progetti innovativi. Infatti, in pochi anni fu costruita dai milanesi la Rocca sforzesca di Soncino, quella che ancora oggi possiamo ammirare: una, più antiquata e più vicina al fiume, fu abbandonata al suo destino e si costruì una nuova ed efficiente struttura. Mentre sulla sponda opposta, la Serenissima non si limitò a guardare, ma preferì dare avvio a una lenta e radicale trasformazione del centro di Orzinuovi in una fortezza moderna. I lavori si possono dividere in due fasi, con il 1526 a fare da spartiacque: da quella data, infatti, subirono una decisa accelerazione e furono affidati principalmente alla famiglia di architetti militari Isabello.
Solo nei primissimi anni del Seicento la fortezza di Orzinuovi poteva considerarsi conclusa: oggi non ne possiamo ammirare l’aspetto complessivo, perché nel 1828 gli austriaci ne decretarono la demolizione. Se all’epoca ci fosse stata una maggiore sensibilità verso la conservazione storica, Orzinuovi oggi avrebbe potuto avere un aspetto simile alla friulana Palmanova: infatti, quella che è stata abbattuta nel Bresciano era una cosiddetta «città ideale», dalla forma a stella, al centro di una pianura da difendere da nemici ben più potenti e agguerriti di Venezia.

Per capire come potesse essere un tempo questa città, non resta che affidarsi alle planimetrie storiche e all’assetto urbanistico attuale. Dalle mappe antiche – pubblicate anche in diversi testi sulla storia orceana – e dagli edifici contemporanei si intuisce che le mura dovevano essere basse e spesse, con tenaglie, controscarpe e fossati, come era ormai d’obbligo dopo l’introduzione delle armi a polvere da sparo. Il reticolo viario, rigorosamente ortogonale, è ancora oggi ravvisabile attorno a piazza Vittorio Emanuele II. I simboli del potere temporale e religioso (chiese, leoni di San Marco, palazzi delle istituzioni) la circondano, mentre ai quattro lati della fortezza si stagliavano possenti porte, visibili anche ora nel complesso che ospita la biblioteca e la pinacoteca, o dalla parte opposta della città nella facciata della chiesa di Santa Maria alla Porta.

La terza strada, più ostica ma forse più affascinante, è quella di rifarsi alle descrizioni coeve. E qui emerge come Orzinuovi fosse considerata un fiore all’occhiello dalla Repubblica di Venezia. A costruzione avviata, di fronte ai delegati della Serenissima appariva un mezzo capolavoro, all’avanguardia nell’arte militare.
Si trattava di un punto di «extrema importantia» secondo gli Inquisitori Giacomo Gisi, Maffeo Girardi e Agostino Barbarigo (in visita nel Bresciano nel 1543); un luogo «fortissimo» per Girolamo Bragadin, Girolamo Lando e Daniele Morosini (nel 1555). Sei baluardi, di cui uno quello verso il territorio nemico – di «smisurata grandezza», «uno de più ben intesi bellovardi» mai realizzati: altre relazioni cinquecentesche parlano di Orzinuovi come di una struttura che «potrà servir benissimo per diffendersi et per offender ogni inimico potente che fosse».

Meno entusiastiche, invece, le parole degli orceani verso la struttura, forse perché l’avevano pagata per la maggior parte di tasca loro. Qualcuno già entro il 1549 aveva parlato di significativi errori di progettazione, con baluardi troppo piccoli e poco spazio di manovra all’interno. Nel 1558 si contavano 30 cannoni e falconetti, 6.600 palle da artiglieria, 250 barili di polvere, soli 40 archibugi. Quasi 200 zappe e badili e 18 bobine di corda erano pronti per riparare la fortezza in ogni istante, mentre circa 1.200 chilogrammi di miglio erano stipati in un magazzino come minima riserva alimentare.
Nonostante ciò, il provveditore dell’epoca parlò di «poca munition da guerra rispetto al bisogno che talvolta suol avenir». Calcolando che, nelle guerre d’Italia, battaglie decisive si erano tenute ad Agnadello, Melegnano (allora Marignano, 1515), alla Bicocca (1522), a Pavia (1525), poteva bastare poco per trovarsi gli eserciti fuori dall’uscio. E Orzinuovi non sembrava pronta, agli occhi dei provveditori della fortezza, a sostenere un attacco: quella descritta dagli orceani, insomma, era una struttura andata in obsolescenza prima ancora di essere stata terminata.

Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del secolo successivo, il completamento delle fortificazioni di Brescia e di Bergamo fece di Orzinuovi una cittadella di secondo ordine. Nel Settecento erano evidenti i segnali di abbandono, sintomo che la strategia difensiva di Venezia si era concentrata sulla difesa delle città-capoluogo: chi descriveva la rocca orceana parlava di mura ormai deteriorate, «facendossi publica strada» con tanto di negozi e botteghe ricavate al loro interno. Nel 1726, cinque bastioni su sette erano praticamente rovinati al suolo, le fondamenta non risultavano salde come un tempo, i soffitti di molti ambienti erano pericolanti.
Era solo il preludio di quell’Ottocento che cancellò a Orzinuovi – e non solo –  il fascino e le strutture di un’Europa che fu.

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