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L’ultramaratona del Mozambico: la sfida vinta di Vincenzo

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«Muoversi è salute». Questo il motto, semplice ma denso di significato, che ha spinto il carabiniere Vincenzo Di Gennaro a classificarsi addirittura secondo alla Ultra Africa Race: un risultato incredibile per una massacrante gara di corsa lunga 220 chilometri, che si svolge a novembre nella natura selvaggia del Mozambico.

Come è nata la tua passione per una disciplina così estrema?

Fin da bambino lo sport è sempre stato parte della mia vita e lo è tutt’ora: oltre al trail running (specialità della corsa a piedi che si svolge in un ambiente naturale, generalmente sui sentieri, Ndr), pratico sci nordico, sci alpinismo, arrampicata su roccia, alpinismo, bici da corsa e mountain bike. Poco meno di due anni fa la mia compagna, che già praticava questa disciplina, chiedendomi di insegnarle ad arrampicare e a fare qualche uscita alpinistica, mi disse: «Ma perché non vieni a correre insieme a me, visto che io vengo con te a fare i tuoi sport?». All’epoca andavo a correre solo quando avevo poco tempo a disposizione e facevo al massimo 10 chilometri, ma decisi lo stesso di provare a seguirla ed è stato subito amore.

Quale è stato l’aspetto più difficile nel correre in un ambiente così diverso da quello in cui sei abituato ad allenarti?

Devo dire che quando ho visto il percorso sulla carta (con 3600 metri di dislivello positivo) mi sono detto: «Beh, una gara molto corribile, come piace a me, e anche le temperature sembrano accettabili». Nulla di più sbagliato. I 30 gradi del Mozambico non sono paragonabili nemmeno ai nostri 50 gradi: un caldo che ti brucia la carne, ti disidrata nonostante bevessi ogni cinque minuti e avessi la testa sempre bagnata, un caldo insopportabile. Poi è vero che il percorso non presenta grosse asperità, ma correre 220 chilometri nella sabbia bollente è stata una vera e propria tortura.

Quale è stato il momento più bello e indimenticabile di questa tua avventura?

La scoperta di un Paese meraviglioso, fatto di gente povera, ma dignitosa: sempre sorridente nonostante viva in condizioni di ristrettezze che forse pochi di noi potrebbero sopportare. Nella gara abbiamo attraversato immense foreste di cocco dove c’erano villaggi fatti di poche capanne e talvolta anche villaggi più grandi, e ovunque ho visto bambini con abiti strappati, ma sempre felici: mi incitavano incuriositi ad ogni passaggio, talvolta correvano con me per qualche tratto, in ciabatte sulla sabbia! E dove c’erano le scuole incontravo questi bambini con le cartelle che si facevano anche venti chilometri ogni giorno per andare a lezione. Le donne invece andavano a prendere l’acqua mettendola in grossi secchi di plastica, che poi adagiavano sulla testa: e vederle camminare con quel peso, belle erette e fiere era sempre uno spettacolo. Il momento più bello ed emozionante però è stato sicuramente l’arrivo, perché finalmente ce l’avevo fatta. Un successo per il quale vorrei ringraziare la Farmacia Comunale di Chiari e l’Ingegnere Marco Salogni, perché senza il loro supporto non avrei potuto realizzare questa magnifica avventura.

Quanto è importante per te il connubio tra sport e salute?

Attraverso il mio progetto Muoversi è salute voglio far passare il messaggio che chiunque può farcela. Tutti devono muoversi ogni giorno quel minimo indispensabile per far star bene il proprio corpo e mangiare sano, affinché la qualità della vita migliori. Tutti spendono molti soldi per le loro auto e non appena si fulmina una lampadina corrono ad aggiustarla, ma del loro corpo non se ne prendono mai cura, tranne se si è ammalati. Io vorrei far capire che, anche se nel fisico non si accende nessuna spia che ci dice che qualcosa si è rotto, dobbiamo essere noi ad attivarci tutti i giorni per stare bene.

(Photo credit: Gabriel Pielke)

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