Intervista a Valentino Zucchetti, da San Pancrazio primo solista al Royal Ballet

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Il portamento elegante, unitamente alla sicurezza di chi ha familiarità con il foyer del Covent Garden – uno dei teatri più celebri al mondo – non passano inosservati. Valentino Zucchetti, ballerino, primo solista del Royal Ballet di Londra, sceglie di parlare di sé, del suo mondo, dell’arte e della vita al caffè della nuova entrata principale del teatro, ampia, luminosa, contemporanea, che non offende bensì esalta lo storico palazzo del Royal Opera House su Bow Street. Una cioccolata calda ed un dolce chiamato polenta cake, probabilmente per il suo colore, accompagnano la conversazione che, grazie a quel dessert, inizia proprio con un’allusione alle sue origini bresciane.

Nato a Calcinate, Valentino vive la sua infanzia a San Pancrazio, frazione di Palazzolo sull’Oglio e frequenta la scuola di danza Enjoy Dance di Sarnico, orgogliosa di averlo avuto come allievo («il nostro Valentino», ricorre nelle news del sito web). «Se fossi nato nell’ultima decade, i medici mi avrebbero sicuramente diagnosticato l’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Non stavo mai fermo: andavo a scuola e poi avevo pomeriggi pieni di attività tra cui la danza e le lezioni di pianoforte». È così che a soli undici anni entra alla scuola di ballo della Scala e poi a sedici alla Royal Ballet Upper School nella capitale britannica: giovanissimo e lontano da casa. «Sono fortunato perché non ho mai sofferto la lontananza: a parte le mia famiglia non ho radici, qui a Londra non possiedo nemmeno il mobilio. Sono pronto a partire in ogni momento».

Sin da piccolo, Valentino ha consumato danza come pane quotidiano. «Mi svegliavo presto anche la domenica mattina e guardavo i balletti facendo risuonare in tutta casa le musiche dei famosi passi a due, ma entrare alla scuola di Londra mi ha esposto alle performance dal vivo dei più grandi danzatori del mio tempo, da Carlos Acosta (ora un amico per il quale ho creato delle coreografie), a Darcey Bussell, da Sylvie Guillem a Tamara Rojo, ad Alessandra Ferri. Bastava varcare il ponte che unisce la scuola al teatro ed avevo l’opportunità di vedere le prove e gli spettacoli». Forse anche per questo, Valentino trova il tempo di occuparsi della danza non solo da ballerino. La coreografia lo impegna da quando aveva sedici anni ed è grato alla scuola del Royal Ballet che gli ha permesso di cimentarsi in tale sforzo artistico ed eventualmente anche di sbagliare così giovane, per poi crescere e farne l’altra metà della sua carriera. «Danzare e coreografare sono soddisfazioni diverse, così come girare un corto e cercare i fondi per produrlo, interessarsi di marketing e di altri aspetti relativi al mondo della danza».

Iperattivo, per l’appunto, ma anche realistico sulla precarietà della carriera. Del resto, la vita di un danzatore ai suoi livelli – Valentino ha trent’anni e l’età matura è molto soggettiva da un punto di vista atletico, soprattutto al Royal Ballet dove si lavora in sala fino a due ore prima dello spettacolo – è molto particolare. «Al mattino prima della lezione a cui tutti i ballerini partecipano, medito e mi alleno per un’ora e un quarto. Dopo la lezione, cominciano le prove. La pausa prima dell’apertura del sipario è breve, giusto il tempo di mangiare qualcosa e di riposare un pochino. Non mi lamento, è adeguato alle mie esigenze, il mio corpo non si raffredda». La disciplina non deve necessariamente essere così ferrea, ma «il corpo è come una carta di credito: prima o poi ti presenta il conto». E con undici produzioni all’anno, il carico di lavoro è estremamente impegnativo: un delicato equilibrio tra sacrificio e divertissement. «Se non ci si diverte più in scena, bisogna porsi qualche domanda».

E lui, del resto, si diverte ancora, nonostante l’annus horribilis (proprio il 2018) durante il quale un infortunio lo ha tenuto lontano dal palcoscenico. «L’infortunio e il conseguente periodo di riposo forzato dalla danza mi hanno permesso di capire come sarà la mia vita quando non ballerò più. Non sono pronto per lasciare le scene, ma con la consapevolezza di quei mesi, quando il momento arriverà, lo sarò». Una consapevolezza risultato di tanto lavoro in sala prove, ma anche di un’infrastruttura, quella del Royal Ballet, che a supporto dei suoi artisti incorpora nell’organico figure professionali quali lo psicologo, il fisioterapista, il nutrizionista ed è affiliata ai migliori medici della Nazione a tutela della salute e del benessere della compagnia.

In fondo, si entra in questo ambiente (che nell’immaginario comune risulta peculiare e secluso) fin da piccoli e si attraversano le fasi più vulnerabili della vita, come l’adolescenza, in un contesto lavorativo che potenzialmente può rivelarsi duro e rischioso sotto diversi punti di vista. Ecco forse perché in Valentino, articolato nell’esprimersi e curioso del mondo circostante, traspare la voglia di parlare di danza al di là dei soliti cliché. Si percepisce in lui la volontà di ampliare quella luce «ad occhio di bue che permette di dare importanza solo ad una minima parte di un mondo complesso come quello dei danzatori, mentre il resto rischia di rimanere al buio, o di ritornare nell’oscurità, quando il riflettore viene puntato su un altro aspetto, sulla moda del momento».

Per ora, comunque, il legno del palco sotto i piedi è ancora parte integrante della sua vita artistica. Già il 24 ed il 31 dicembre, Valentino vestirà i panni del Principe nel classico natalizio dello Schiaccianoci su musiche di Čajkovskij e coreografie di Peter Wright. «Lo Schiaccianoci del Royal Ballet è unico al mondo. Pur rimanendo la fiaba che conosciamo, non è troppo zuccheroso. È una produzione classica, ma svecchiata nelle scenografie e nei costumi».

E c’è di più. Il suo vissi d’arte (Valentino non ha mai smesso di frequentare il teatro anche da spettatore) non è sinonimo di estraniazione dalla vita reale, anzi. La grandezza dell’artista Zucchetti è direttamente proporzionale al suo spessore di uomo che interagisce nel suo tempo e nello spazio: fortunatamente per noi, non solo in quello londinese. «Vi è un progetto che interesserà il Comune di Erbusco e le zone limitrofe di cui è prematuro parlare ora, ma che porterà la danza a livello locale, per cui…stay tuned».

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