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Capitan Bellini: il ritorno alle origini del sarnicense simbolo della Dea

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«Con Sarnico c’è ancora un legame molto forte: ci ho vissuto fino a trentaquattro anni e lì vive ancora gran parte della mia famiglia e i miei amici storici. Durante la settimana torno appena posso e anche mia moglie è molto legata al lago».

Non poteva che cominciare così, con il rapporto con la sua terra, la chiacchierata con Gianpaolo Bellini, classe 1980, recordman di presenze con la maglia dell’Atalanta. Una carriera tutta in nerazzurro, cosa rara nel mondo del calcio non solo odierno: dai pulcini fino al 2016 (anno in cui ha appeso le scarpette al chiodo), condita da dodici reti tra i professionisti.

Cosa significa per lui tutto questo? «Casa e famiglia: in queste due parole c’è dentro tutto. E non mi riferisco ai calciatori, che troppo spesso sono stati solo di passaggio: penso alla strada che percorrevo ogni giorno per andare al campo, al rapporto con i magazzinieri o le segretarie e a tutte quelle cose che ti rimangono dentro: anche quando ripensi a quei momenti magari non esaltanti, ma che nella vita capitano a tutti».

Percorso condiviso anche con un altro calciatore della Valle dell’Oglio, Alex Pinardi, coetaneo di Urago d’Oglio e compagno di squadra per una vita, anche dopo l’esordio in Serie A. «Una delle poche, vere amicizie che ho mantenuto nel mondo del calcio. Siamo cresciuti insieme, prendendo il pulmino ogni giorno per andare ad allenarci. Lui poi ha iniziato a girovagare e gioca ancora: prima o poi capirà che non è eterno e deciderà cosa fare (ride, Ndr)».

Con un sentimento così forte verso la squadra e la città viene spontaneo chiedersi se non sia mai stato sul punto di andare a giocare altrove. «È successo, sì, c’è stata questa possibilità e non l’ho mai nascosto: alcune volte sono stato io a chiedermi se non fosse il caso di provare un’esperienza in un’altra città, altre volte, probabilmente, se l’è chiesto la Società. Ne abbiamo sempre parlato serenamente, ragionando, e ogni volta ha prevalso l’idea di continuare insieme. Non rimpiango nulla: ho fatto tutta la carriera nella squadra della mia città, per la quale tifavo da bambino. Sono stato fortunato».

Un idillio, quello con la squadra del cuore, che continua ancora oggi. Infatti, dopo le 435 presenze da professionista, adesso Gianpaolo è ripartito da dove aveva cominciato, ovvero dalle giovanili dell’Atalanta, come vice allenatore della squadra Primavera: «Un passaggio obbligato. È nata questa figura tecnica e ho colto al volo l’opportunità. È un percorso di crescita personale che mi appassiona molto e che mi porterà a capire se fare l’allenatore sia davvero ciò che mi piace e se sarò in grado. Per il momento lavoro in un settore giovanile rinomato in tutta Europa e ho seguito il corso UEFA A, poi si vedrà».

Per chi ha fatto tutta la trafila era importante ripartire dai giovani? «Sì, e sono sincero: dopo tanti anni di professionismo forse è un bene aver cominciato con dei ragazzi già quasi adulti. Forse con i più piccoli avrei fatto fatica». Del resto, con la stagione appena cominciata è normale passare a parlare della situazione dei nerazzurri, reduci da due sconfitte consecutive di cui, soprattutto la prima, piuttosto pesante. «C’è stata l’eliminazione un po’ particolare dall’Europa League, ma a volte, presi dall’emozione del momento, si esagera. Io credo invece che la squadra abbia tutte le carte in regola per disputare un’altra grande stagione, magari a ridosso dei cosiddetti squadroni: ormai l’Atalanta è una realtà, è cresciuta tanto grazie agli investimenti della società e a Gasperini».

Proprio a partire dal tecnico di Grugliasco – vero e proprio idolo della tifoseria orobica – e considerando la cavalcata europea della scorsa stagione, non c’è un pizzico di rammarico nell’essersi perso questa esperienza speciale? «No, sono fermamente convinto di aver smesso al momento giusto. Se proprio, posso dire che mi sarebbe piaciuto molto lavorare con Gasperini, perché da quello che sento si tratta di un allenatore particolare, che avrebbe potuto insegnarmi molto».

In diciotto stagioni – tra Serie A e Serie B – di allenatori ce ne sono stati parecchi. Com’è stata questa esperienza? «Grazie al mio carattere ho sempre avuto un buon rapporto con tutti. Sembra una frase fatta, ma lavorare quotidianamente con dei professionisti ti porta davvero ad imparare qualcosa da ognuno di loro». Impossibile, però, non assegnare un ruolo decisivo a qualcuno: «Ho esordito in Serie A con Bortolo Mutti, ma ho un ricordo speciale di Giovanni Vavassori, che ho trovato negli allievi e mi ha portato stabilmente in prima squadra. Mi ha insegnato tante cose, non solo calcistiche. E per un ragazzo di diciotto anni non è poco. A volte penso che quel suo essere un personaggio semplice, pane e salame, mi abbia aiutato a sentire meno il peso del mio ingresso nel calcio professionistico».

Insomma, tantissima Atalanta nella vita di questo campione, ma non solo: infatti, sul curriculum fanno bella mostra anche quindici presenze con la Nazionale italiana Under 21, con tanto di medaglia di bronzo ai Campionati Europei del 2002, in Svizzera. In squadra con lui personaggi del calibro di Andrea Pirlo, Vincenzo Iaquinta e Daniele Bonera. «È passato davvero tanto. Fummo sfortunati perdendo la semifinale con la Repubblica Ceca, che poi vinse l’oro. Io tra l’altro saltai la partita per squalifica.

Ma delle convocazioni in Nazionale ho un bel ricordo: erano momenti di spensieratezza, perché ti permettevano di giocare per una maglia importante insieme ai tuoi coetanei, allontanandoti per qualche giorno dalla tensione del campionato. Mi sarebbe piaciuto collezionare una presenza anche nella nazionale maggiore: agli inizi della carriera a volte si era anche fatto il mio nome, ma non è mai successo. Erano anni in cui c’erano grandi campioni e ogni tanto ci penso, quando vedo esordire dei ragazzi che magari non hanno ancora giocato nemmeno un minuto in Serie A». La nostalgia del passato, però, non offusca certo la visione del futuro: soprattutto per chi è abituato alla sana competizione e alle sfide. Perciò la domanda è d’obbligo: quali sono i sogni nel cassetto del campione? «Sono una persona semplice e ripeto quello che ho sempre detto: il desiderio più grande è quello di avere la salute per poter continuare a mettere passione in quello che faccio, godendomi la vita con la mia famiglia».

 

Photo credit: Essenza Spa

 

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