Max Cavallari, l’orceano che coi suoi scatti promuove la solidarietà

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Max Cavallari, classe 1989, ha avuto la vocazione del fotoreporter a 14 anni dopo un incontro al liceo con il fotografo Franco Pagetti: l’artista che dopo l’11 settembre ha realizzato un progetto per il Time con un reportage in Iraq. «Ho pensato che se ne avessi avuto l’opportunità, avrei voluto fare quel lavoro».

Oggi, tra i lavori di Max Cavallari già pubblicati su diverse testate, c’è Loneliness, sul tema dell’alienazione dovuta all’utilizzo degli smartphone. Ma anche (DI)STANZE: ritratti di genitori e parenti in contatto, via web, con i figli in giro per il mondo. Nonché l’importante progetto Ci metto la faccia: ritratti contro la violenza, realizzato in occasione del 25 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Sempre a sfondo sociale e mai superficiale, i lavori del fotografo soncinese – laureato a Bologna in comunicazione e giornalismo – hanno avuto grande risalto anche per gli scatti degli oltre 400 migranti bloccati a Ventimiglia, che sono stati pubblicati, oltre che su numerose testate nazionali, sul Time e sul Guardian.

Come hai deciso di andare a Ventimiglia? È stata l’occasione per capire se potevo davvero fare questo lavoro. Ho letto i giornali, mi sono informato sulla situazione, potevo creare non troppo disagio a Ventimiglia – visto che ero consapevole di essere l’ultimo arrivato tra i tanti giornalisti e fotografi che hanno seguito la questione – ero relativamente vicino a casa e ho deciso di provarci. Una volta arrivato mi sono reso conto che i reporter che davvero hanno seguito a lungo la situazione al confine erano tre o quattro, non di più; gli altri arrivavano il mattino e se ne andavano la sera. Io sono rimasto 10 giorni con la mia tenda: un po’ dormivo con i migranti sugli scogli, tra i presidi della Croce Rossa e dei centri sociali. Spesso si creavano situazioni di condivisione, di racconti, di scambio: un po’ in inglese, un po’ in francese, un po’ in italiano.

Che situazione hai trovato? Senza voler scadere nel già noto, ma devo dire che ho trovato gente disperata per dei viaggi terribili, persone che cercano di trovare una soluzione a condizioni di vita che noi non ci possiamo nemmeno immaginare. Ho conosciuto un ragazzo originario del centro Africa in viaggio da ben due anni, bloccato sugli scogli di Ventimiglia: quelli come lui i francesi li chiamavamo crabes, granchi. Quello che ho notato con rammarico è stata l’impossibilità di gestire la situazione da parte di entrambi i governi: ieri come oggi, le istituzioni faticano a risolvere il tema della gestione dei migranti. Ciò che ricordo con il sorriso, invece, sono le cene condivise con loro. Io cercavo di andare nei supermercati per comprare qualcosa, ma anche loro desideravano condividere con me: man mano che ho conosciuto persone lo stare insieme è diventato quasi obbligatorio, non potevo rifiutare i loro inviti. E l’ho fatto con piacere.

Come è stato, invece, fotografare gli abitanti colpiti dal terremoto? Sono andato ad Amatrice a un anno dal sisma con un gruppo di fotografi (chiamato Lo stato delle cose) e mi sono appoggiato alle Brigate di solidarietà attiva: un’associazione che in maniera indipendente dà una mano nelle zone colpite da terremoti, o alluvioni. Amatrice, per quanto non esista più, si è ripresa: le zone limitrofe, invece, piene di case in gran parte affittate per le vacanze estive, sono abitate soprattutto da anziani, che non conoscono altro se non il loro piccolo paese. Ho raccontato le loro storie: è stato molto emozionante e faticoso.

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