Echi dal Medioevo: quando l’Oglio era terra di scorrerie e contrabbando

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Di confini – reali o fittizi – è pieno il mondo. Esistono barriere di ogni tipo: geografiche, legislative, linguistiche, religiose, economiche. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Un fatto, però, è sempre stato evidente: nessuna di queste barriere si è mai rivelata invalicabile.

L’Oglio ha rappresentato per secoli, forse millenni, una frontiera. Già in età preromana il fiume segnava grossomodo il limite tra le tribù insubri e quelle cenomani; nel tardo Medioevo – e lo fece fino al 1797 – cominciò a dividere ciò che rimaneva dello Stato sforzesco dalla Repubblica di Venezia. A dimostrarlo rimangono tutt’oggi i numerosi castelli che ricoprono il territorio bergamasco, bresciano e cremonese. Così in alcuni paesi del Bresciano e del Bergamasco – come sul palazzo comunale di Romano e all’ingresso del castello di Palazzolo – è ancora presente l’immagine dell’antico leone della Serenissima: altrove, sulla sponda destra del fiume, si intravedono invece i resti dei biscioni viscontei-sforzeschi (sono affrescati, per esempio, in una delle torri della rocca di Soncino).

La divisione politica tra Milano e Venezia non era però linguistica, ma più che altro economica. Incuranti delle norme e dei dazi che gli Sforza e la Serenissima volevano esigere, si erano sviluppati sull’Oglio continui traffici di contrabbando, che testimoniano come le zone a ridosso del fiume fossero interconnesse tra loro. Tutto il territorio di frontiera era percorso da bande di bravi e criminali, a volte anche di decine di individui, armate e pronte a tutto pur di portare a termine i loro loschi obiettivi.

È difficile, in effetti, per chi vive nel mondo del libero commercio capire quanto spesso si incappasse in questo crimine in passato. Forse una delle citazioni più emblematiche ce la fornisce Tommaso Garzoni, un pensatore ravennate che nel 1585 compilò un «dizionario» delle professioni della sua epoca. Il contrabbandiere, scriveva: «Urta nella forca quando manco vi pensa». Evidentemente, essere puniti e giustiziati per questo reato era fin troppo frequente.

Commerciare nei secoli passati non era affatto semplice: si poteva viaggiare solo di giorno, si dovevano percorrere strade stabilite dallo Stato e i generi più disparati erano soggetti a controlli molto pressanti. Inoltre, a ogni punto di passaggio – ponte, porto o mura cittadine – bisognava pagare una tassa. È nota la scena di Roberto Benigni e Massimo Trosi in Non ci resta che piangere: il «Chi siete, quanti siete, cosa portate, un fiorino!» era una pratica molto diffusa. La quantità e la minuziosità delle leggi che andavano a regolare come, cosa e quando commerciare generava artificialmente un gran numero di reati. Tanto che nell’Ottocento non si trovò altra soluzione che abrogare la maggior parte delle leggi che pretendevano di controllare gli scambi.

L’attività di contrabbando si addensava nelle zone di confine non tanto, o non solo, perché qui si dovevano pagare i dazi, ma perché era facile per i criminali passare da uno Stato all’altro: evitavano così di farsi inseguire dalle «forze dell’ordine» o dai militari in terra straniera. Ma il contrabbando non era portato avanti solo da spregiudicati criminali. Infatti, ai contrabbandieri occasionali e inconsapevoli si affiancava l’operato di nobili e religiosi, che grazie ai loro privilegi e alle loro immunità spesso la scampavano liscia, anche se venivano scoperti.

Così fu per la casata Martinengo di Urago d’Oglio, al centro di passaggi di granaglie, tabacco e sale da e per la Repubblica di Venezia almeno fino al Seicento. Il traffico illecito di grano e altri generi a Pontevico nel XVIII secolo, invece, fu gestito in gran parte da monache afferenti al monastero di Santa Giulia di Brescia.

Alcune volte era la geografia a dettare la direzione dei traffici. Romano di Lombardia, posta ai confini dell’allora provincia bergamasca, aveva un ruolo fondamentale nell’incanalare il frumento e il mais – rigorosamente di contrabbando – dal fertile cremonese all’area prealpina di Bergamo, dove non potevano essere coltivati. Un compito simile, ma quantitativamente minore, lo giocò Sarnico sul lago d’Iseo.

Chiari, invece, fu al centro di alcuni commerci clandestini di sale diretti da Venezia allo Stato di Milano: la Serenissima, infatti, controllava le saline in quasi tutto il Mediterraneo – da Ibiza a Trapani, passando per la costa istriana – e molte comunità milanesi andavano volentieri ad approvvigionarsi sul territorio bresciano, dove il sale costava spesso qualche lira in meno.

Il problema più grande – per molti versi riscontrabile ancora oggi – nel contrastare l’evasione fiscale era la giustificazione che questo crimine trovava nella popolazione. Aggirare il pagamento di qualche tassa non era considerato poi così grave. A volte gli arresti, anzi, portavano a vere e proprie insurrezioni. Basti ricordare cosa avvenne a Calcio nel 1757, quando alcune donne di ritorno da Urago con sale di contrabbando furono arrestate dalla polizia milanese. Nelle ore seguenti, di tutta risposta, una folla inferocita le liberò e i dazieri ritrovarono una forca conficcata nella porta di legno del loro casello. Probabilmente quei doganieri, prima di operare altri fermi, ci pensarono a lungo.

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