Il Giudice Albertano di Enrico Giustacchini nell’antica Rudiano

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Rutiliano: così era denominata l’odierna Rudiano in epoca medievale, quando (nel 1191) si combatté sulle rive dell’Oglio la battaglia che i Cremonesi, alleati dei Bergamaschi contro i Bresciani, chiamarono di Malamorte. Non è difficile immaginare chi ebbe la meglio e chi finì catturato o ucciso nelle acque del fiume.

Un evento storico ed un castrum – oggi un Comune di quasi seimila abitanti – che sono la fonte d’ispirazione del quarto romanzo di Enrico Giustacchini per la sua serie (ormai arrivata al quinto capitolo) incentrata sui casi del Giudice Albertano.

L’autore – che si autodefinisce «un vecchio cronista» per il suo passato e presente da giornalista – vive serenamente la dicotomia delle sue due professioni. «Al mattino scrivo per il Giornale di Brescia, perché prima il dovere; mentre al pomeriggio mi occupo di Albertano».

Leggendone i testi si inferisce che questa occupazione pomeridiana non comprende solo la scrittura, bensì annovera altre attività di certosina fattura quali la ricerca storica e filologica, nonché la cura – da lui stesso specificata con l’aggettivo «pignola» – della semantica. Infatti, nell’impossibilità di usufruire del vernacolo dell’epoca, ossia il volgare, lo scrittore di Gavardo ha scelto uno stile comunque evocativo di quella lingua che fu propria del popolo e di spalla al latino dei dotti, fortemente imparentata con l’italiano odierno.

Del resto, il genere di Giustacchini è quello amato dall’autore stesso nella sua veste di lettore, ovvero la detective story, con il suo impianto classico che si rifà ai gialli degli scrittori inglesi quali Conan Doyle, Chesterton e Christie.

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In particolare il whodunnit (sigla che sta per l’inglese Who Has Done it?, ovvero Chi è stato?), dove il compito del giudice Albertano da Brescia – anch’egli figura storica realmente esistita – è scoprire l’assassino, ma anche il howdunnit (ovvero, Come è stato fatto?): cioè un cosiddetto delitto di camera chiusa, dove Giustacchini sfida il suo lettore a «capire come l’omicidio possa essersi consumato in una stanza chiusa dall’interno», dopo avergli fornito tutti gli elementi necessari, anche se non sempre palesati.

Ne Il giudice Albertano e il caso della scala senza fine, la Rudiano del dodicesimo secolo si popola di personaggi come il prete Filoteo, il cavaliere Immanuello, dei malvisti saltimbanchi e madonna Richelda, cugina di Berengario: il medico amico e compagno di indagini del giudice. Insomma, Sherlock e Watson, Poirot e Hastings – ma questa è un’altra storia.

E l’autore bresciano non nasconde la sua emozione ricordando la presentazione di questa sua quarta fatica proprio a Rudiano (marzo 2017), nella sala di Palazzo Fenaroli con il gradito appoggio della Schola Gregoriana Santa Cecilia di Prevalle e del suo direttore, Giuseppe Fusari del Museo Diocesano di Brescia, che ha rigorosamente ricostruito e musicato l’inno che i Bresciani cantarono per celebrare la vittoria della battaglia di Malamorte.

Non a caso, la conclusione del terzo capitolo del libro – dove si racconta come la piccola Rutiliano fu circondata da torri e mura – recita per l’appunto: «Non distante da lì, dall’alto della terrazza elevata sull’Oglio, il castrum di Rutiliano era stato testimone della più facile delle vittorie». Insomma, un connubio perfetto tra il brivido del giallo e il fascino della storia.

 

Photo credit: Giancarlo Faini.

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