Una giornata con un giovane agricoltore, tra sudore e soddisfazioni

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La storia di Alessandro Imberti è quella della vita di un contadino, moderno: quella di giovane ragazzo bresciano, che ha deciso di lasciar tutto per tornare a coltivare la terra. Una scelta controcorrente, un ritorno alle origini, alla tradizione antica della sua famiglia e del territorio dove è nato e cresciuto.

Chiari, via Cattarello. Alle porte della città, tra campi, canali e stormi di rondini, si trova l’azienda agricola di questo ragazzo: 30 anni, occhi azzurri e mani segnate dal lavoro. Perchè Alessandro aveva 26 anni quando ha deciso di lasciare tutto per tornare a fare il contadino, negli stessi campi coltivati a suo tempo dal nonno Narcisio.

La scelta

«Prima facevo il giardiniere e prima ancora l’elettricista – ci racconta Alessandro, mentre si china sulle zucchine mature -. Però ad un certo punto ho detto basta. Mio nonno sin da piccolo mi portava con lui nei campi ed io ho sempre guardato con ammirazione questo mondo, fatto di natura, lavoro e passione».

Tre anni fa (era il 2015) la scelta definitiva. Dopo essersi licenziato, lasciando un contratto sicuro, Alessandro ha deciso di aprire la sua azienda agricola. «Ho cominciato riprendendo a coltivare i campi di mio nonno, qui a Chiari. L’inizio è stato difficile, ma avevo ben chiaro in mente cosa volevo fare: lavorare la terra e offrire prodotti buoni e genuini, frutto del mio impegno e della mia passione».

Nasce così questa avventura tra i campi: «Di giovani a fare questo mestiere siamo sempre meno, però io non mi sono mai dato per vinto. Sapevo bene cosa dovevo fare. La mia filosofia è semplice: tornare indietro, recuperare il valore della tradizione, del rapporto diretto tra coltivatore e consumatore».

Alessandro, infatti, accanto ai suoi campi, ha allestito una piccola rivendita diretta, dove mette in mostra, nelle belle cassette di legno, il frutto del suo lavoro. Pomodori dorati, zucchine, peperoni, cipolle, piselli. Qui ogni giorno vengono a trovarlo i suoi clienti per comprare quello che la terra gli ha gentilmente offerto. «I sacrifici sono molti, però quando la gente torna felice, quando mi dice che ha finalmente ritrovato il gusto perduto dei nostri ortaggi io sono felice. Tutto il duro lavoro viene ripagato». Ma cosa vuol dire fare il contadino oggi? Alessandro cambia espressione: «È difficile. Non per il lavoro in sé, ma per l’enorme burocrazia che c’è dietro. Capitano giorni nei quali passo più tempo a compilare fogli che nel campo a curare i miei prodotti».

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Una giornata nei campi

La giornata di Alessandro comincia quando il sole ancora non è sorto e termina quando è tramontato da un pezzo. «Generalmente lavoro dalle 5.30 di mattino fino alle 9 di sera. D’inverno un pò di meno, dalle 7 alle 18». Sembrerebbero orari impensabili, eppure Alessandro affronta le sue giornate con serenità: «Certo, non è facile, però stare in mezzo alla natura, lavorare nel silenzio mi dà un senso di pace che altrove non ho mai trovato».

Il ragazzo si occupa di tutto. La prima cosa da fare è controllare che i suoi campi stiano bene. All’alba il trentenne fa il giro dei filari. Ripara gli steccati, cura i germogli, strappa le erbacce. Poi arriva il momento del lavoro vero e proprio. Si ara la terra, si semina, si irriga, ed infine si raccoglie.

Bisogna pensare a tutto. Fare i conti con il tempo e le stagioni. «La cosa più dura è lavorare d’inverno, quando fa freddo», dice sorridendo Alessandro. Affrontare anche gli imprevisti, i temporali, le gelate, la grandine, che in un attimo può cancellare il lavoro di un anno. «Le stagioni stanno cambiando radicalmente, il tempo non è più quello di una volta. Ora si passa dal freddo al caldo torrido. È sempre più difficile».

Ciò nonostante nel tempo l’azienda di Alessandro è cresciuta. Dopo il campo del nonno, ne ha aggiunti altri. «Fortunatamente il lavoro c’è, quindi ho deciso di ingrandire un pò la mia attività». Questo però vuol dire più impegno e più sacrifici. Chinato sulle ginocchia, sotto il solleone di agosto, Alessandro ci mostra cosa voglia dire fare il contadino: «La terra è bassa, ripete sempre mio nonno. Non importa che ci sia caldo torrido o freddo pungente: la terra esige attenzioni ed io devo dargliele». Anche le vacanze sono un lusso. Alessandro ha passato due giorni in montagna e adesso per un pò non ci pensa ad allontanarsi dai campi.

«Torniamo indietro per riprenderci il futuro»

Seduti sul recinto dell’azienda agricola, di fronte ai suoi campi, chiediamo ad Alessandro di spiegarci il senso profondo della sua scelta. Lui ci guarda con serietà, la fronte ancora bagnata dal sudore, poi si guarda attorno, ed infine risponde: «Dobbiamo tornare indietro, è l’unico modo per riprenderci il futuro. Credo che i giovani debbano restare nella loro terra, coltivarla, ricostruire quei legami profondi che stanno sparendo. Solo così possiamo difendere quello che ci appartiene. Io sono convinto che la salute della nostra società passi da relazioni vere, autentiche. Per farlo serve impegno: però è l’unico modo che abbiamo per garantirci un futuro». Alessandro crede in quello che dice e d’altronde non sarebbe possibile sostenere lo sforzo che deve sostenere ogni giorno se non avesse ben chiaro il fine ultimo del suo lavoro.

Dopo averci dedicato del tempo, però i suoi campi lo richiamano al lavoro. È il momento di cogliere gli ultimi pomodori di stagione. Lo accompagniamo fino ai filari. Prima di salutarlo ci ferma e con un entusiasmo nuovo ci mostra qualcosa: «Guardate questi pomodorini gialli. Questa specie è una delle prime coltivate in assoluto dagli uomini. Sono bellissimi, brillano come l’oro». Dopo averne colto uno maturo, ce lo offre. «Assaggiatelo – ci dice salutandoci – forse solo così potrete comprendere il senso profondo del mio lavoro».

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