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Annalisa Stroppa, mezzosoprano uraghese alla conquista del mondo

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Vivere d’arte: dalle vie d’Urago ai palcoscenici dei teatri più prestigiosi del mondo. È l’incredibile storia di Annalisa Stroppa, mezzosoprano uraghese, diventata negli ultimi anni una delle cantanti liriche più apprezzate nell’intero panorama internazionale: è tornata a casa per un giorno, prima di ripartire per la Spagna, dopo essere stata nuovamente tra i protagonisti dell’apertura della stagione 2017/2018 del Teatro alla Scala di Milano in Andrea Chenier nel ruolo di Bersi con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Mario Martone. «È un peccato potermi fermare così poco a casa – ci racconta la cantante -. Ma devo ripartire subito per la Spagna. Le valigie cominciano a starmi antipatiche, però sono molto felice e soprattutto molto fortunata».

Annalisa Stroppa è raggiante: sarà per aver ritrovato dopo mesi l’aria di casa, ad Urago, o forse perché ama intensamente quello che fa, ovvero l’Opera. E l’Opera evidentemente ama lei: «Fortunatamente ho l’agenda piena fino al 2020, ma chissà dove sarò tra un paio d’anni», dice scherzando l’artista, con la spensieratezza di chi guarda al domani come ad una perenne opportunità. Nel corso degli ultimi anni la sua carriera si è illuminata, rendendola une delle artiste più apprezzate ed ambite in tutto il mondo. Tra i suoi impegni più recenti si ricordano Adalgisa nella Norma al Teatro Carlo Felice di Genova, Rosina ne Il Barbiere di Siviglia alla Semperoper Dresden, Giovanna Seymour in Anna Bolena al Teatro Filarmonico di Verona, Dorabella in Così fan tutte al Regio di Torino e una splendida Carmen nell’omonima opera al Teatro Pérez Galdós di Las Palmas e al Bregenzer Festspiele. Applaudita da critica e pubblico di tutto il mondo, una voce magistrale ed una presenza scenica che la accosta, per leggerezza ed eleganza alle leggende di quest’arte, Annalisa è una stella splendente. Eppure quando parla di casa, continua a conservare un affetto e un’umiltà sorprendenti.

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Percorre le vie d’Urago d’Oglio con lo stesso entusiasmo con il quale calca i palcoscenici più prestigiosi del mondo. Ed in effetti alla sua terra resta legatissima. «Ho uno splendido rapporto con la mia terra. Sono stati i miei nonni materni a farmi conoscere la musica e nonostante nessuno fosse musicista, ascoltavano con grande attenzione ed amore Pavarotti, Domingo, Carreras e Mario del Monaco – rivela l’artista -. Così ho scoperto le arie d’opera, quasi per gioco, imitando questi grandi tenori. Quando non avevo ancora dieci anni durante le feste di famiglia intrattenevo tutti cantando Nessun dorma, ‘O sole mio, Parlami d’amore Mariù. Sono sempre stata molto estroversa e quando cantavo stavo bene ed ero felice». È nata così, sulle sponde del lento Oglio, la passione e il desiderio di cantare. «A 8 anni ho avuto la fortuna di avere ben chiaro cosa avrei voluto fare nella vita: cantare».

Sin da subito i suoi parenti compresero che la natura era stata generosa con lei e che le aveva donato una voce speciale. Annalisa comincia così a studiare la musica, prima in provincia e poi al conservatorio Luca Marenzio di Brescia. Nel frattempo si diploma al liceo socio-psico-pedagogico e prende una laurea in Scienze dell’educazione. «A pensarci ora non so come facevo – ricorda Annalisa -. Mi svegliavo alle cinque di mattina per prendere il bus per andare a Brescia. Studiavo al Gambara, poi finita la scuola correvo in conservatorio, fino a sera. Però non mi è mai pesato. Facevo ciò che amavo e amo, e quando è così gli sforzi non hanno lo stesso peso!».

Il cuore è grande e se non avesse trovato il suo destino nel bel canto avrebbe insegnato. La sua tesi di laurea l’ha fatta stando accanto ai bambini e le madri detenute di San Vittore. Però per Annalisa l’arte aveva altri piani: «La mia famiglia ha creduto in me – tiene a precisare Annalisa – mi ha incoraggiata e mi ha sempre sostenuto: sono stata molto fortunata ed è anche grazie alla loro fiducia che ho potuto affrontare con determinazione questo cammino».

Dopo i primi risultati nei concorsi di canto e i primi piccoli ruoli nei teatri, a concederle la prima grande occasione arriva niente meno che il maestro Riccardo Muti, su uno dei palcoscenici lirici più importanti del mondo. «Il mio primo ruolo da protagonista a livello internazionale è stato Cherubino nei Due Figaro di Mercadante con la direzione di Muti e la regia di Emilio Sagi. La prima è andata in scena alla Haus für Mozart di Salisburgo e poi lo spettacolo è stato ripreso al Teatro Alighieri di Ravenna, al Teatro Real di Madrid e al Colon di Buenos Aires. Ovviamente ero molto emozionata perché sapevo che quel momento avrebbe potuto cambiare la mia vita. Mi presentavo al mondo da perfetta sconosciuta – ricorda ancora Annalisa -. Devo dire grazie al Maestro Muti perché mi ha dato modo di imparare e crescere moltissimo. Malgrado fossi tesissima, mi rassicurava l’estrema cura e precisione con cui il Maestro ci aveva preparati durante il periodo di prove. Ricordo come al termine della prima recita la felicità, la soddisfazione erano immense!».

Da lì la carriera di Annalisa non si è più fermata. Il suo talento cristallino si è imposto al mondo. E nonostante oggi corra da un teatro all’altro del globo, Urago per lei rimane sempre un posto particolare. Perché è lei stessa a spiegare come possa nascere una stella anche in provincia, come si possa coltivare il talento anche lontano dai salotti prestigiosi, ma al calore di un focolare domestico scaldato dal fuoco dell’amore: «Bisogna crederci fortemente e non lasciarsi mai abbattere, perché prima o poi l’occasione giusta arriva. Bisogna sempre rincorrere e lottare per la propria felicità. Io ho avuto la fortuna di essere sempre stata sostenuta dal mio paese e dalla mia famiglia nel mio incredibile viaggio».

E se le si chiede quale sia il ricordo al quale tiene di più, la risposta accompagnata da uno splendido sorriso non tarda ad arrivare: «La prima volta che ho visto i miei genitori seduti in platea ad ascoltarmi. A Roma. È stato emozionante averli lì con me a condividere la mia gioia, perché è una conquista che abbiamo fatto insieme».

Photo credit: Silvia Lelli e Karl Forster

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