Signoreggiare sulle sponde del fiume: le nostrane famiglie feudali tra bravi e nobili riottosi

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«Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai». Tutti ricorderanno queste parole delle prime pagine dei Promessi Sposi, rivolte a un tremante don Abbondio da uno dei bravi di don Rodrigo. A fare da sfondo alla scena erano le sponde del lago di Como, le acque dell’Adda e il monte Resegone. 

Castello di Calcio

Un gran numero di bravi e di nobili riottosi, però, alloggiava anche altrove nella Lombardia del Seicento: per esempio, nella pianura lungo il fiume Oglio e nei dintorni del lago d’Iseo, dove signoreggiavano impunemente. Infatti, nei borghi di confine tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, famiglie feudali come i Martinengo e i Gambara (nel Bresciano), o i Secco e i Calepio (su quello che oggi è il territorio bergamasco) spadroneggiavano, dando vita a piccoli Stati quasi autogovernati. 

L’opinione che si aveva di queste casate a Milano e a Venezia era a dir poco pessima. Nel 1628, dopo aver governato il territorio bresciano per un anno e mezzo, il podestà Domenico Ruzzini riservava due pagine della sua stringata relazione al Senato alla descrizione dei difficili rapporti avuti con la famiglia Martinengo, che deteneva terreni, potere e un seguito armato tra i paesi di Urago e Barco, fino a Padernello. Aveva scoperto, scriveva Ruzzini – ma in realtà scopriva l’acqua calda – che «le famiglie de Martinenghi, Gambara et altri privilegiati ampliano ingordamente le loro esentioni», infischiandosene delle direttive provenienti da Venezia. L’ordine del Doge sulla riscossione daziaria? «Non viene esequito», scriveva Ruzzini. Gli inviati ducali per ristabilire l’ordine? «Per timor de la vita obediscono»: agli sgherri dei Martinengo però, non certo alla Serenissima.

Non andava meglio sull’altra sponda, dove un eclatante caso datato 1667 svela come le sponde del fiume fossero un ricovero di banditi pronti a diventare un braccio armato per i regolamenti di conti. Infatti, nella sera del Carnevale di quell’anno a Calcio, appena fuori dal castello feudale – oggi Castello Silvestri – il conte Camillo Secco Suardo veniva freddato da un colpo di pistola ravvicinato, partito dal grilletto di Orazio Secco d’Aragona: un parente quindi, anche se di un altro ramo familiare. Orazio agì con l’aiuto di una squadra di bravi, rifugiandosi poi nella sua casa alla «villa di Calcio» – l’attuale Castello Oldofredi – e infine cercando rifugio oltre confine presso alcuni nobili protettori a Malpaga. Ne scaturì un lunghissimo processo, da cui emerge se non altro la grande reticenza dei testimoni. Molti, infatti, erano gli affittuari di case o lavoratori a libro paga di Orazio Secco e tutti usavano «ogni mezzo per celar la verità, per il timore c’havevan, che […] se ne vendicasse severamente». Aveva fatto uccidere un parente: figurarsi cosa avrebbe potuto fare a persone che occupavano gradini inferiori della scala sociale.

I nobili Secco Suardo

Non va meglio nel XVIII secolo (ovvero, il 1700) che – così viene ancora insegnato – è quello della nascita dello Stato assoluto, quello dei tanti «Re Sole». Se si osserva da vicino la realtà storica, però, tutto appare molto più sfaccettato. I limiti di questo Stato assoluto – che in realtà conservava ancora ampie sacche di autonomia e particolarismi – risultano evidenti osservando il comportamento dei Calepio nei confronti del mercato di Sarnico.
Un mercato importante, quello sulle sponde del lago, un crocevia di traffici di olio, grano e prodotti in ferro della Val Camonica: controllarlo significava avere tra le mani una ricchezza non indifferente. La comunità di Sarnico lottò a lungo contro la volontà dei conti di Calepio di impossessarsi degli introiti derivanti dai commerci in quest’area. Di tutta risposta, ottenne spettacolari azioni da parte dei conti, volte a rivendicare il dominio della famiglia feudale sui traffici. Il 21 novembre del 1748, per esempio, Trusardo Calepio fece il suo ingresso nella piazza pubblica di Sarnico «in spada e bastone», evidenti simboli di potere, e «accompagnato da gente armata» reclamò i suoi diritti sul mercato, stando ben attento a intercettare la «amiracion di tutti li astanti». I nobili, quindi, avevano ancora la forza per fare il bello e il cattivo tempo sulle comunità a qualche chilometro dai loro castelli. In barba all’assolutismo.

Stesso periodo, qualche miglio più a sud: si intercettano i territori dei Gambara di Verola Alghise, altri feudatari che non esitavano a ricorrere alle squadre armate con scopi intimidatori. Nel 1747 alcuni loro loschi commerci furono bloccati dagli sbirri inviati dal podestà di Brescia sul confine con il Mantovano. I loro uomini furono arrestati, ma i Gambara spesero i loro agganci a Venezia e ne ottennero presto la scarcerazione. Quando, l’anno seguente, il podestà lasciò l’incarico, la casata organizzò un ironico saluto di protesta a Brescia. La popolazione si faceva beffe dell’inviato della Serenissima battendo con forza pentole e padelle e gridando verso la carrozza che lo stava portando in Laguna: «El và, el và quell’ingiusto di podestà». Fu necessario istituire una scorta militare per permettergli di lasciare la città. Il capo degli sbirri che nel 1747 eseguì gli arresti, tal Stefano Ciscotti, fu ucciso a Brescia sei anni dopo, in una bottega da caffè in piazza del Duomo. Due bastonate ben assestate sul volto lo lasciarono più morto che vivo, e in effetti trapassò qualche giorno dopo. I mandanti della spedizione furono subito chiari: il sicario andò a rifugiarsi in una delle case dei Gambara e fu fatto sparire nel nulla. La dimora dei nobili venne circondata per diversi giorni dagli sbirri di Brescia, ma non fu possibile irrompervi perché accuratamente difesa: la loro ira si scaricò su un domestico di casa Gambara, che fu assalito e assassinato brutalmente perché non sapeva nulla dell’accaduto, essendo appena rientrato in città.

È questo il mondo che figure come l’abate Sieyes, uno dei teorici della Rivoluzione francese, criticavano: quello dello strapotere dei ceti privilegiati. Pensando ai soprusi che il popolo riceveva ogni giorno, l’abate, proprio nel 1789, nel suo saggio Che cosa è il Terzo Stato scriveva: «È mai possibile volere umiliare in questo modo venticinque milioni e ottocentomila individui, per onorarne in maniera ridicola duecentomila?». No, non lo era: e infatti l’Europa andò presto incontro a un radicale sconvolgimento degli equilibri politici e sociali. 

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