I vent’anni dalla scoperta dei reperti dell’Età del Bronzo a Urago

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Sono passati esattamente vent’anni da quella che forse è stata la scoperta archeologica più importante di Urago d’Oglio. Era il luglio del 1998 quando gli scavi alla cascina Castelaro portarono alla luce un tesoro inestimabile: sotto i prati e i campi che lambiscono le lente acque dell’Oglio hanno riposato per millenni alcuni dei primi uomini ad aver abitato questa terra. I veri signori del fiume, i genitori ideali di tutto il popolo della Bassa: uomini e donne che – forse attratti dai verdi prati, dall’acqua lenta e viva – decisero mettere radici qui. Sotto l’erba e l’argilla, i signori del fiume hanno riposato silenziosi per millenni, prima di essere riportati alla luce.

L’affascinante storia di questo ritrovamento archeologico è iniziata, però, qualche anno prima, nel 1976. L’archeologa Raffaella Poggiani-Keller, dopo aver studiato attentamente la valle dell’Oglio, scoprì – in un primo saggio di scavo esplorativo – alcune tracce di insediamenti preistorici proprio nella campagna uraghese. Gli indizi di un’antica civiltà, forse la prima ad essersi fermata nella bassa, erano molti. Ma passò ancora qualche tempo prima che il tesoro sepolto cominciasse realmente a parlare.

Infatti, si è dovuto attendere la calda estate del 1998 per incontrare i padri ancestrali del fiume. È l’8 luglio e, dopo alcune settimane di incessanti lavori, cominciano finalmente a emergere i resti di una necropoli del Neolitico: l’ultima traccia di una civiltà che nacque, visse e morì sulle rive del fiume. I resti che vennero studiati avevano del sorprendente: erano la testimonianza diretta della presenza di una comunità preistorica lì dove oggi sorge il paese.

Sì perché per riscoprire chi sono questi lontani parenti e forse chi siamo noi, bisogna fare un salto all’indietro di più di tremila anni: Età del Bronzo, circa 1500 anni prima di Cristo. I resti sono precisamente di un abitato del Bronzo Medio (XVII-XIV secolo a.C.) e di una necropoli con tombe a fossa e cinerari con ciotole-coperchio, databile tra fine del Bronzo Medio e prima fase del Bronzo Recente (fine XIV-XIII secolo).

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Ai margini di un’area indagata per uno scavo di resti romani e di sepolture altomedievali è staro rinvenuto un gruppo di 20 sepolture ad incinerazione, a sezione circolare e in cui era inserito, in posizione centrale, un cinerario, chiuso da una ciotola-coperchio. La necropoli si situa al limite di un terrazzo sulla sponda sinistra dell’Oglio ed è relativa ad un abitato databile, attraverso l’analisi dei materiali, alla media Età del Bronzo, mentre la necropoli tra l’ultima fase del Bronzo medio e la prima del Bronzo recente. Quindi, il Castelaro – cascina a nord del paese – non solo poggiava su una cittadella romana (come era già noto all’epoca), ma proprio lì, mille anni prima, decisero di fermarsi i primi abitanti del fiume.

Quell’8 luglio del 1998, improvvisamente Urago si scopriva più vecchio di mille anni. Improvvisamente, su quella strada, tra le lente anse del fiume, tornavano alla luce i primi antichi, coraggiosi custodi di questa terra. Venti tombe. Gente semplice. Le anfore e gli oggetti ritrovati parlano di una piccola comunità unita, capace di fare gruppo e dominare il fiume e la natura.

Dopo di loro, l’acqua sotto i ponti di Urago ha continuato a passare. E dopo questi primi abitanti si sono fermati nello stesso identico luogo i Celti, poi i Galli Cenomani, i Romani, e poi i Castellani – via via fino a noi. In questo angolo di fiume è stata rinvenuta una quantità incredibile di reperti che tracciano un filo rosso mai tagliato tra quei primi venti uomini della preistoria fino a noi. I resti di quella civiltà sono custoditi dai musei archeologici di Bergamo e Brescia. E oggi, vent’anni dopo quel primo incontro con i veri padri di questa terra, resta ancora molto da dirsi: mentre si guarda, oggi come allora, il fiume scorrere lento.

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