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Simona Locatelli, decoratrice e restauratrice di Palosco, ha restaurato le chiese di Cividate

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«Noi decoratori siamo gli eredi delle antiche botteghe d’arte».

Non si può che essere d’accordo con le parole di Simona Locatelli, artista, decoratrice e restauratrice di Palosco, che si è occupata sia degli interventi all’interno di due chiese di Cividate: alla chiesa parrocchiale – resa celebre dal film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi (1978) – sia del restauro conservativo e della messa in sicurezza della chiesetta di santa Margherita. In effetti, anche la casa in cui vive richiama un laboratorio in cui sta sempre per nascere qualcosa: il tavolo della cucina è recuperato da una vecchia cartiera, il divano è simile ad un trono ed il lavandino è ricavato da una ciotola in metallo.

Una cura dei dettagli che nasce da lontano, dallo studio all’Istituto d’Arte e all’Accademia di Belle Arti, e ancora prima dei banchi di scuola, dalla sua attitudine. «Credo che tutto derivi dal fatto che sono stata a lungo figlia unica: non sapevo con chi giocare e quindi disegnavo», racconta sorridendo. «Ho sempre avuto dentro questa passione per l’estetica del bello: l’idea che il bello sia una cosa che fa bene all’anima e non sia solo qualcosa di effimero. Se ci si pensa attentamente, decorare è un bisogno antico dell’uomo, iniziato già nelle caverne: è un’esigenza, una componente fondamentale della qualità della vita».

Cividate è a due passi da casa, ma Simona per lavoro ha fatto “qualche” chilometro in più: negli anni sono arrivate tante esperienze all’estero, tra cui in Iraq e in Russia.

«In Iraq sono stata tre mesi, in una zona pericolosa, nemmeno segnata sulle mappe. Ricordo la curiosità del popolo curdo, il territorio con un aspetto ed usanze completamente diverse e con la gente che girava armata per strada. Anche questo ti aiuta ad abituarti», ricorda Simona. «In Russia, invece, sono andata da sola, senza conoscere la lingua: lavoravamo in ville enormi e vistose, destinate ad ospitare i politici».

Tante, però, anche le chiamate di lavoro in Italia, con qualche curiosità: «Sì, spesso si tratta di tanti personaggi eclettici con richieste di nicchia – ride – In questo campo capita spesso che tu venga contattato da persone che vogliono mostrare una certa forma di benessere, ma in un modo che esca dall’ordinario. Non nascondo che qualche richiesta eccessiva l’ho rifiutata, ma mi piace molto questa ricerca di una forte personalizzazione attraverso gli elementi che rimandano al committente: adoro quando vengono da me e mi parlano di ciò che desiderano, o del messaggio che vogliono mandare. È stimolante anche il caso opposto: persone che hanno la percezione di una mancanza, e allora tocca a te trovare come colmare questo vuoto».

Non sono tutte rose e fiori, però, per una donna, imprenditrice in un settore affine a quello edile, negli anni della crisi. «Come imprenditrice ho puntato forte sulla diversificazione: sia come creatività che come materiali. Se la bellezza appare come qualcosa per pochi è proprio perché per molti purtroppo è ancora considerata come un bene superfluo. Mentre ciò su cui si deve ancora lavorare in generale è l’accettare di avere un donna in cantiere: è un disastro. Un uomo per partito preso dà più sicurezza: una donna ha sempre la sensazione di dover dimostrare di saper fare il suo lavoro».

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