Don Giacomo Panizza, da Pontoglio alla lotta contro la ‘Ndrangheta

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Da Pontoglio alla Calabria. È una storia di coraggio e altruismo quella di don Giacomo Panizza, che dura dal 1976: anno di nascita della comunità Progetto Sud a sostegno di persone disagiate a Lamezia Terme, cittadina stretta nella morsa della ‘Ndrangheta. Il curato, di recente di ritorno nel Bresciano, ha rievocato alcuni momenti della sua avventura per la rassegna Resistenza e libertà di Cologne, dove ha ricevuto un’onorificenza dall’Anpi provinciale.

«Mi trovavo nella comunità Capo d’Arco, nelle Marche. Conobbi dei ragazzi calabresi disabili che avevano bisogno di aiuto – ha raccontato don Giacomo -. In quelle zone, purtroppo, sopravvive una mentalità arcaica e superstiziosa che considera gli handicap una specie di castigo divino ai danni dei genitori. Quindi questi ragazzi vivevano reclusi per la vergogna. Così decisi di trasferirmi lì». La comunità mosse i primi passi allestendo un laboratorio artigianale. Non ci volle molto per stuzzicare l’interesse di alcuni “uomini d’onore” desiderosi di allargare un po’ i propri business. «Un paio di affiliati della ‘Ndrangheta si presentarono per chiedere il pizzo. Un gesto veramente schifoso, specie nei confronti di persone in carrozzina, autistiche o con disturbi mentali».

Da quel rifiuto irremovibile, il Progetto Sud si guadagnò le antipatie del clan. Don Giacomo e i suoi collaboratori dovettero presto fare i conti con quell’universo criminale, imparandone simboli e rituali. «Quando si tratta di vendette, sono le donne incaricate di dare l’ordine. Come quel giorno in cortile con quei ragazzi e la loro madre: temevo fosse la mia ora. Oppure, quella pallottola in casa nel giorno di Pasqua. Un messaggio per far capire alla popolazione che poteva stare tranquilla, perché il bersaglio ero io. Non esigono soldi perché ne abbiano bisogno, ma per dimostrare la propria forza, superiore alle istituzioni».

L’iniziale accoglienza degli abitanti, rinchiusi nella paura, non poteva essere d’aiuto. Un clima omertoso che nemmeno i preti volevano riconoscere. «Tutti a sostenere che la mafia in generale non esiste e che me le andavo a cercare. In qualsiasi evento pubblico, che sia la presentazione di un libro o una messa, ci sono sempre degli scagnozzi pronti a controllare e riferire possibili sgarri».

Nel 2002 don Giacomo è entrato ufficialmente nel mirino del clan. Perché testimone di giustizia e perché la sua comunità si era trasferita in un edificio confiscato, nel cuore storico del paese. «Otto appartamenti su quattro piani che il commissario aveva concesso ai vigili. I quali per tutta risposta scioperarono, perché non volevano saperne nulla. Quindi diede le chiavi a me, mentre tutti gli ex proprietari erano ancora lì abusivamente. Non era certo una decisione che potevo prendere da solo. Ne parlai con lo staff e i ragazzi, che mi dissero di accettare. Era il nostro regalo alla città: ovvero liberarla dalla paura».

Fu un importante lezione di umanità e riscatto, tra le innumerevoli che Progetto Sud porta avanti per contrastare l’educazione malavitosa. Una sfida ai “cattivi maestri”, come recita il titolo dell’ultimo libro di don Giacomo: «Molti si stanno risvegliando dall’indifferenza. Per esempio vedo che i ragazzi mi invitano esplicitamente nelle scuole per parlarne. È un atto di coraggio che li espone in prima linea. E molte donne, ex compagne di criminali, stanno fuggendo perché non vogliono attenersi al ‘codice d’onore’. È qui che bisogna intervenire per sperare di vincere questa guerra: non con l’esercito invocato da molti politicanti. Quello è solo uno specchietto per le allodole che non elimina la radice del problema». E nel frattempo, il fronte tracciato dai volontari di Progetto Sud continua a resistere.

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