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Damiano Airoldi di Palosco, campione di basket paralimpico

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«Nebbia, tamponamento a catena mal segnalato: la moto va da una parte io dall’altra. Sbatto contro un camion e la schiena si rompe. Solo quella, tra l’altro».

È così che Damiano Airoldi, 48enne di Palosco, ricorda l’attimo che gli ha cambiato la vita.

Una vita che, però, non si è fatta affatto fermare dall’incidente, ma anzi: è andata avanti con la forza e la determinazione di chi non conosce la parola arrendersi. Oggi è un campione di basket in carrozzina: allena ed è un riferimento.

Nel cortile di casa sua, al muro, è appeso un vecchio canestro. Eppure il suo passato ha riguardato, molto prima, le due ruote.

«Prima dell’incidente ero una promessa del ciclismo. Diciamo che in cuor mio sono convinto che sarei diventato un professionista, tanto che all’epoca avevo anche abbandonato gli studi e mi ci dedicavo a tempo pieno. Correvo con gente come Belli e Guerini».

Una mentalità, quella da sportivo, che probabilmente Damiano possedeva già  dalla nascita. E che lo ha portato poi ad avvicinarsi al suo attuale sport.

«Durante la riabilitazione a Mozzo si presenta Luigi Galluzzi, mi invita ad andare a provare. Io avevo già iniziato a dirmi che “No, l’invalido non lo faccio”, quindi mi presento. A basket ci avevo giocato solo a scuola, durante le ore di educazione fisica, e la prima cosa che penso è: “Non ci giocherò mai”».

E invece da quel giorno ci sono stati 20 anni di Nazionale, tre Europei vinti e le Olimpiadi. Una lunga carriera, fatta di alti e bassi, ma sempre intensa.

Del resto, lo sport non è solamente sport, soprattutto per chi è in grado di vederne gli importanti risvolti anche sociali, proprio come Damiano.

«La delusione per aver mancato la qualificazione ad Atlanta è stata forte: sarebbe cambiato molto per il movimento, avremmo guadagnato tempo.

All’estero i giocatori hanno borse di studio, qui abbiamo iniziato da qualche anno ad inserire gli atleti paralimpici nelle fiamme gialle. Andare alle Olimpiadi, poi, è stato un sogno».

Un sogno, quello dello sport, che Damiano è stato in grado di vivere anche in altri modi. «Quando ho iniziato questo percorso nel 1987 il mondo era diverso da adesso: non solo per gli sport paralimpici, ma proprio in generale.

Nello sport c’erano meno possibilità, tranne forse l’atletica. Dato che ho sempre considerato il ciclismo uno sport di squadra (mentre uno individuale forse non avrebbe fatto per me), forse se all’epoca ci fosse stata la possibilità, avrei provato con la handbike, che ora pratico come hobby». E che hobby: perché sarà anche un passatempo, ma con la handbike Damiano ha fatto delle tappe del Giro d’Italia.

E proprio lo spirito dello sport di squadra è un altro degli elementi chiave di questa incredibile storia: il gruppo, le manifestazioni che ti portano a stare lontano da casa diverse settimane, i legami forti che nascono e durano nel tempo.

«Si, ne ho creati molti, perché per noi ad un certo punto il basket è diventato tutto: ti trovi a trascorrere un sacco di tempo con persone che hanno problemi simili ai tuoi, leghi tantissimo. E credo che anche per questo lo sport abbia una finalità sociale importantissima: vedi un ragazzo come te che si cimenta in qualcosa che magari tu non avresti nemmeno immaginato e ti viene naturale provarci. È uno stimolo pazzesco».

Senza dimenticare tutto il resto. «Io ho sempre lavorato in uno studio commercialista qui in paese; anche quando sono andato a giocare a Roma mi portavo le pratiche, stavo qualche giorno ad allenarmi, vivevo nella residenza con i compagni, ma poi rientravo. E adesso sono tornato a casa».

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