I Disordine girano in Pianosequenza

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«Nessuna buona ragione per continuare così: alzarsi al mattino, simulare sorrisi, reprimere istinti, rassegnarsi di continuo, diventare ingranaggio, vittima e complice».

Non ci sarebbero parole migliori per sintetizzare l’opera dei Disordine: una band che fa dell’onestà intellettuale e della coerenza stilistica un mezzo per raggiungere l’ambizioso scopo di generare domande e riflessioni sulle più recondite dinamiche dell’essere umano nella società odierna.

Pierpaolo Alessi, Gabriele Camanini e Andrea Vanalli hanno appena presentato il loro quarto album, Pianosequenza: il più ricercato e complesso dall’inizio della loro carriera musicale, cominciata quasi per gioco da adolescenti in una stanzetta in centro a Sarnico nel 2005. All’epoca – sembra ormai un’era geologica fa – non ci si passava i link delle tracce su Spotify: ci si ritrovava realmente, si ascoltava punk-rock, metal, ska, hardcore californiano. Furono in molti a mettersi in gioco e qualcuno ha portato avanti una professione nel mondo della musica. Quanto ai gruppi, si sono tutti sciolti. Tutti tranne i Disordine, che col tempo hanno riscosso un buon successo nella scena punk italiana, fino all’apparizione sul palco del Punk Rock Holiday in Slovenia (2015), accanto a band come Exploited, Anti-Flag, Raised Fist, Flogging Molly, Against Me! e molti altri, tra cui anche i Death by Stereo, con cui hanno condiviso il palco anche lo scorso 21 febbraio a Milano.

Se ve l’avessero chiesto tredici anni fa, avreste mai detto che oggi sareste stati ancora attivi?
Sinceramente? Sì. Certo, non avremmo saputo dire come, quanti album, o concerti avremmo fatto se fossimo riusciti a raggiungere certi traguardi. Ma sicuramente avremmo detto che in un modo o nell’altro ci saremmo stati ancora, a dispetto di tutti gli imprevisti della vita. Si tratta di esprimersi: quindi di far fronte a una necessità.

Come mai «Pianosquenza» e cosa lo differenzia dagli album precedenti?
Il piano-sequenza è una tecnica cinematografica che non prevede montaggio: la camera non stacca mai. È così che abbiamo visto i tredici anni che abbiamo alle spalle. Ci sembrava un titolo adatto. La sostanziale differenza con gli album precedenti sta nel tempo che abbiamo dedicato alla stesura dei pezzi e alla produzione. Dunque, è un po’ meno istintivo, un po’ più curato, ma sostanzialmente uguale agli altri per genere, tematiche e attitudine.

Voi amate girare per locali proponendo i vostri live, tant’è che l’anteprima del nuovo disco l’avete fatta al «Rockers’ Pub» di Palazzolo. Quanto è importante per voi il rapporto coi fan?
Per noi fare uscire un album è un modo di esprimerci e la scusa perfetta per tenere più concerti possibile. Caricare il furgone, macinare chilometri e conoscere nuovi posti, persone, realtà. Non ci piace pensare a chi viene ad ascoltarci come a dei fan, ma come a persone con cui condividiamo momenti, idee, una parte del nostro percorso. Tutto questo è più che importante: è una fondamentale fonte di stimoli e crescita.

In un momento in cui rap e hip hop dominano tra i più giovani, cosa possono ancora dare l’hardcore e il punk-rock?
Uno sguardo diverso, un approccio più diretto, consapevole e meno superficiale, o fittizio. Il problema non sono i generi musicali di per sé, ma i contenuti, il messaggio che passano (o dovrebbero passare) e l’immaginario (spesso falso) che creano.

In tempi in cui rap e hip hop hanno smesso di “protestare” per parlare di sfarzosi stili di vita che non rispecchiano quelli di chi li ascolta (o li fa) e l’indie si vende (e viene venduto) come alternativo e impegnato nella più palese ipocrisia, l’attitudine e l’etica del punk possono continuare ad essere un’alternativa concreta e uno stimolo alla riflessione, all’azione a livello introspettivo e collettivo.

Pianosequenza e i precedenti due album, Basta il pensiero (2013) e Disillusione (2009) possono essere ascoltati in streaming all’indirizzo: disordine.bandcamp.com

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