La sarta di Olmi: intervista a Grata Rinaldi

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«Mi scusi signor Ermanno, cucio e rattoppo tutti i giorni, ma non potrei essere utile anche in altro modo?». E fu così che Olmi decise che a quella sarta, che aveva reso il suo film un ritratto perfetto della vita contadina della fine dell’Ottocento, doveva essere data una parte, seppur piccola. Così, Grata Rinaldi, paloschese classe 1945, apparve ne L’albero degli zoccoli.

Si tratta solo di un siparietto di breve durata, ma rende bene l’idea di quanto questa donna, 32enne all’epoca delle riprese del film, è stata fondamentale per la buona riuscita della pellicola diretta dal cineasta bergamasco.

Grata è una donna dalla tempra formidabile. Oggi forgia molto raramente degli abiti, ma si diletta con fiori di tessuto: splendide creazioni che realizza per chiunque gliele chieda, nella sua casa di via Pontoglio a Palosco. Veniva dalla montagna, Grata, precisamente da Semonte, frazione di Vertova. Nel 1967 si è sposata con quello che è tuttora suo marito, paloschese doc, e si è così trasferita in pianura.

«Ho cominciato a fare la sarta quando ero piccola, tant’è che dai 10 ai 18 anni ho imparato i trucchi del mestiere da una grande donna: Teresa Castelli. A Vertova la chiamavamo “Miss”. Per me è stata una maestra di vita, prima di frequentare la scuola di taglio a Bergamo. A quel tempo lavoravo soprattutto a mano libera, realizzavo abiti e accessori. All’epoca delle riprese del film avevo quasi 32 anni e non avevo la minima idea di quanto a venire avrebbe influenzato la mia vita e quella di molti miei compaesani».

Rinaldi ha creato gran parte degli abiti che si vedono nel film di Olmi sotto la supervisione della costumista milanese Franca Zucchelli, che restò impressionata dal primo abito che vide. «Capitò tutto per caso – ha spiegato la paloschese – Era sabato. Un compaesano era passato da casa mia a ritirare un vestito che gli avevo fatto. Mi disse che stavano girando un film qui, alla cascina Roggia Sale. Fece tutto lui, poi. Mostrò l’abito alla costumista, la quale mi convocò. Da lì cominciai a lavorare ogni giorno in una stanza accanto alla produzione e anche a casa mia. Inizialmente ero un po’ spaventata, del resto avevo già 4 figli e molte cose da fare durante la giornata, ma accettai la sfida e fu bellissimo».

La cura maniacale di Olmi nei particolari riguardava anche i costumi. Non a caso la sarta fu spesso a contatto col grande regista bergamasco. «Ho lavorato benissimo per tutto il tempo delle riprese e Olmi era davvero una persona alla mano, sempre disponibile, pacata e di gran cortesia – ha concluso Rinaldi – Un giorno gli dissi, scherzando, che non ero contenta perché tutti facevano delle comparse, mentre io ero sempre dietro le quinte. Fu così che Olmi mi fece apparire in una breve scena del film, girata però a Mornico: avevo una battuta da recitare dalla loggia di una corte, da cui io lanciavo i panni ad alcune bambine che li riponevano in una carriola. Rivedersi poi alla prima proiezione del film a Bergamo fu così ancor più emozionante».

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